Tecnici della produzione manifatturiera, analisti e progettisti di software, specialisti nei rapporti con il mercato e nel marketing: sono alcune delle 27 “professioni vincenti” individuate dall’Istat, che hanno visto 1,6 milioni di occupati in più negli ultimi cinque anni.

È quanto emerge dalla recente audizione del presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, alla commissione Lavoro del Senato sulla quarta rivoluzione industriale.

In crescita l’occupazione nel settore ICT

Come nel resto d’Europa, l’andamento dell’occupazione nelle professioni ICT è stato in Italia più favorevole di quello dell’occupazione nel suo complesso, anche durante la crisi.

In Italia, gli occupati in questo aggregato di professioni sono stimati nel 2016 in 750mila persone, in aumento del 4,9% nell’ultimo anno (rispetto al +1,3% nel complesso dell’occupazione) e di oltre il 12% rispetto al 2011 (rispetto al +0,7% dell’occupazione totale).

Si tratta – sottolinea l’Istat – di dinamiche che segnalano la presenza di un andamento strutturale che va oltre le dinamiche cicliche.

L’incidenza sull’occupazione totale è stimata al 3,3%, una quota solo lievemente inferiore a quella di Francia e Germania che, nel 2015, registravano incidenze rispettivamente del 3,6% e del 3,7%.

La quota di professionisti ICT è molto diversa tra i diversi settori: raggiunge il 60% dell’occupazione nell’ambito dei servizi di informazione e comunicazione e quasi il 20% nella fabbricazione di prodotti elettronici e strumenti di misura (attività economiche che comprendono la maggior parte del settore ICT).

Nel complesso, più della metà degli occupati in professioni ICT risulta impiegata in settori non-ICT, a dimostrazione della pervasività delle nuove tecnologie.

Ancora indietro nelle competenze digitali

Tuttavia in Italia, rispetto all’insieme dell’Unione europea, la percentuale delle forze di lavoro (occupati o disoccupati) con competenze digitali elevate è considerevolmente inferiore (il 23% contro il 32%), e il divario è ancora maggiore quando si considera l’insieme della popolazione in età di lavoro.

Tra i cinque maggiori paesi europei, l’Italia mostra il più basso livello di diffusione delle competenze digitali.

Sotto questo profilo la formazione e l’apprendimento rappresentano una scelta obbligata per lavoratori e imprese.