Innovazione sì, ma fondamentalmente di prodotti e servizi. Per un rinnovamento organizzativo, invece, c’è ancora molto da fare. Sono stati presentati i risultati del primo Barometro sulla Gestione e il Finanziamento dell’Innovazione all’interno delle imprese italiane, sviluppato da Ayming, con la partnership di AIRI (Associazione Italiana per la Ricerca Industriale), ANDAF (Associazione Nazionale dei Direttori Amministrativi e Finanziari) e Spring (il Cluster Tecnologico Nazionale della Chimica Verde).

Lo studio ha visto la somministrazione da parte di Ayming di un questionario on line a cui è stato possibile accedere tra ottobre e dicembre 2017. Il campione di aziende che ha risposto al questionario si concentra maggiormente nel Nord Italia, e nello specifico in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto; mentre le figure aziendali coinvolte appartengono per il 46% all’area finanza e amministrazione, per il 28% alle aree R&D e Innovazione e per il 14% alla direzione generale. I settori industriali sono rappresentati in modo equilibrato, con una leggera predominanza dei settori manifatturiero (16% del totale), chimico/farmaceutico (13%) e agri-food (11%). La dimensione delle aziende, in termini di fatturato e di dipendenti, vede una maggioranza di PMI, il 65% del totale, e il 35% di grandi imprese.

Le aree di innovazione

Entrando nel merito dei risultati del Barometro il primo dato rilevato riguarda le aree di innovazione su cui le imprese si concentrano maggiormente: il 79% dei rispondenti si focalizza su innovazione di prodotti/servizi, il 58% su processi/procedure e solo il 29% indica di innovare a livello organizzativo.

È inoltre interessante notare che solo il 56% dichiara di avere un budget dedicato all’innovazione e la maggior parte dei partecipanti sostiene che tale budget aumenterà nel futuro.

Degno di nota anche il confronto tra il livello di innovazione e l’importanza data all’innovazione all’interno delle aziende. Per il 60% dei partecipanti l’innovazione è una priorità e per il 35% è comunque un elemento molto importante. Tuttavia, l’importanza data all’innovazione si riflette solo parzialmente sul livello percepito e i risultati raggiunti. Infatti, il 79% dei partecipanti all’indagine ritiene che il livello d’innovazione sia compreso tra buono e molto buono. Di questi solo il 12% lo valuta come molto buono.

I gap da superare

Da dove emerge questo gap tra importanza e livello percepito dell’innovazione? Si possono effettuare diverse ipotesi, come ad esempio le criticità culturali e strutturali del nostro paese. Inoltre, l’innovazione sottende una naturale componente di rischio, che rappresenta il DNA di qualsiasi attività di esplorazione.

Non solo. Per fare innovazione di qualità sono necessarie competenze di alto livello, che normalmente sono possedute da soggetti che hanno completato dei percorsi di alta formazione (e.g. PhD). Se però si analizza il contesto italiano, si evince la drammatica “assenza” di questi profili all’interno delle aziende, nonostante il livello di occupazione complessivo sia molto alto, circa il 90% (Istat art. Adapt e AlmaLaurea 2015).

Questo dato non deve tuttavia trarre in inganno; se si scava più a fondo, si può notare che circa il 44% è relativo a contratti a termine, principalmente all’interno del mondo accademico. Tale situazione genera un’emorragia di risorse, la c.d. “fuga dei cervelli”, fenomeno che interessa circa il 13% dei nostri PhD (PhD e Lavoro, Bollettino Adapt 2015).

Perché si innova

Altro risultato emerso dal Barometro Ayming che merita una particolare valutazione è il motivo che spinge le aziende a innovare. Considerando l’intero campione dei rispondenti all’indagine, gli obiettivi principali delle attività innovative risultano essere “aumentare la competitività” (18%), “migliorare il prodotto” (16%), “acquisire efficienza” (16%) e “aumentare la customer satisfaction” (12%).

Se si analizzano le risposte in base alla dimensione aziendale, si evidenzia che il miglioramento del prodotto si posiziona al primo posto per le PMI e al terzo per le grandi imprese, che invece posizionano al primo posto l’aumento della competitività.

Da sottolineare il basso score raggiunto dalla “diversificazione del business”. Una chiave di lettura potrebbe essere la scarsa propensione al rischio. Lo sviluppo di nuovi prodotti per clienti esistenti è la strategia di diversificazione in teoria meno rischiosa, che consente di sostenere il processo d’innovazione esistente, minimizzando il rischio di navigare verso orizzonti meno noti o sconosciuti.

Le attuali tendenze tecnologiche

Sul tema della rilevanza degli attuali trend tecnologici non sorprende che i primi due posti della classifica siano occupati da “digitalizzazione”, considerato importante nell’88% delle risposte, e “Industria 4.0” (81%), mentre all’ultimo posto del podio si colloca “sostenibilità ambientale e sociale” (79%); “automazione” si colloca invece al 4° posto, ma con il 54% dei rispondenti che la considera “molto importante”.

Se consideriamo che i primi due e il quarto trend indicati come prioritari rappresentano alcuni degli elementi essenziali della trasformazione “produttiva” in ottica 4.0, emerge l’esigenza di evolvere verso un nuovo paradigma della produzione per garantire nel futuro un mantenimento, se non un’espansione, dei livelli di competitività delle imprese italiane.

Il valore degli incentivi

Nell’ultima parte del Barometro Ayming, si è invece indagato l’utilizzo e l’efficacia degli incentivi fiscali e dei contributi nazionali e internazionali a sostegno dell’innovazione.

Dai dati emersi le imprese sembrano molto ben disposte nei confronti delle agevolazioni fiscali, in particolare nei confronti di quelle più recenti come il credito d’imposta R&D per il 74% dei rispondenti, il Piano Industria 4.0 per il 59% e il Patent Box per il 37%. Il Patent Box si posiziona all’ultimo posto probabilmente a causa dei significativi ritardi nella fase di approvazione dovuti alla grande quantità di istanze presentate.

Rispetto ai grant nazionali, che risultano essere poco utilizzati dalla maggior parte dei rispondenti, la situazione sembra leggermente migliorare se si parla di programmi collaborativi internazionali, in particolare Horizon 2020, anche se solo il 26% dei partecipanti alla survey dichiara di avere esperienza in questo ambito, percentuale che scende ulteriormente al 16% se si prendono in considerazione i progetti in fase di svolgimento.