Smart Working non è sinonimo di lavoro da casa grazie al digitale. Smart Working è molto di più. È una cultura organizzativa che misura i risultati e non la presenza, è una logica del lavoro che dà valore alla socializzazione, allo scambio e al networking, rendendo al tempo stesso autonomi sul dove, come e quando, grazie al collegamento alla rete aziendale.

In pratica, quanto più le tecnologie connettono e lasciano l’autonomia del lavoro, tanto più le aziende stanno ripensando gli spazi in chiave sociale, come dei “non luoghi” rispetto all’ufficio tradizionale, dove incontrarsi quando si è in azienda, dove trovare idee, creare community informali su interessi o progetti da sviluppare insieme e magari tradurre in business per l’azienda. In sostanza, dove far avvenire fruttuose contaminazioni.

Se poi l’incontro è tra colleghi di divisioni diverse, questi prima o poi si troveranno a lavorare in gruppi interfunzionali, per lo più virtuali, e allora essersi già conosciuti e confrontati risulterà un gran vantaggio.

Tecnologie sì, ma con uffici social

Così, mentre le tecnologie permettono di allontanarsi dall’ufficio e dalla logica organizzativa della presenza e del “comando e controllo” e aiutano una nuova cultura del lavoro basata sulla responsabilità degli obiettivi, persone e aziende sentono il bisogno di favorire lo scambio e la conoscenza interpersonale.

Grandi aziende di tutti i settori e quelle particolarmente innovative si sono già organizzate con building di nuova concezione, da Coca-Cola Hbc (in foto di apertura, la nuova sede di Coca-Cola Hbc a Sesto San Giovanni) a Linkedin, da Microsoft a Maire Tecnimont. Niente più scrivania personale, ma un ambiente di lavoro piacevole, accogliente, con spazi diversi per le diverse occasioni e funzioni della giornata; tecnologie collaborative sempre a disposizione ma in mezzo ad aree relax, cucine con la frutta per i dipendenti, calcio balilla e corsi di yoga, giardini d’inverno e salette meditative.

Le tecnologie da sole non bastano

«Benché sia innegabile che lavoreremo sempre più in remoto, sta emergendo anche una micro-tendenza di ritorno a una maggiore presenza in azienda, magari in forma nuova, più destrutturata, ma con lo scambio face to face. Perché le tecnologie favoriscono l’autonomia, ma poi per lavorare bene serve rafforzare le relazioni», commenta Adriano Solidoro, docente di Information Systems for Knowledge Management presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca.

Allo stesso tempo, strumenti collaborativi e piattaforme non garantiscono di per sé che si sappia lavorare insieme. «Prendiamo l’esempio delle riunioni», prosegue Solidoro (nella foto accanto). «Se del tempo dedicato alle riunioni di persona solo il 10% è produttivo e tutto il resto dispersivo e disorganizzato, a maggior ragione nei virtual meeting la dispersione e l’inefficacia sono altissime perché spesso manca un’agenda e un coordinamento, non ci si collega tutti insieme, la connessione può non essere buona e spesso non ci si conosce neppure.

Infine, come hanno ammesso i lavoratori in un’inchiesta di Forbes, le riunioni a distanza si prestano al multitasking che hanno indicato come un vantaggio, mentre sappiamo bene che fare più cose insieme abbassa ancora di più il livello di attenzione e di efficacia. Più in generale, ritengo che in questa rivoluzione degli spazi di lavoro, pensati più a supporto di comportamenti, che di ruoli e funzioni, sia necessario coinvolgere già in fase di progettazione i diretti interessati perché le soluzioni di architetti e ingegneri rispondano a ogni specifica cultura aziendale».

Fare networking anche fuori dall’ufficio

La spinta alla socializzazione ora esce dai confini aziendali, verso forme di coworking sollecitate dalle imprese stesse. Perché lavorare in Smart Working non vuol dire per forza lavorare da casa, che può essere utile in giornate particolari per conciliare il work-life balance, o se si è in cerca di concentrazione, ma può anche provocare senso di isolamento e di esclusione.

«In generale lavorare a contatto con gli altri piace e fa bene. Così assistiamo alla crescita degli spazi di coworking e, negli Stati Uniti e nel Nord Europa, dei cosiddetti “Work bar” con servizi comuni, a volte sponsorizzati dalle aziende stesse, dove i dipendenti possono sparpagliarsi a seconda di dove abitino o dove sia loro più comodo. Infatti trovarsi per la pausa caffè, soprattutto tra persone di aziende diverse, accelera l’apprendimento multidisciplinare, la creatività e l’innovazione», conclude Solidoro.

Spazi flessibili e collaborativi per tutti, junior e senior

Una ricerca realizzata da Spaces, fornitore di spazi creativi, marchio di IWG, conferma come questo nuovo modo di concepire spazi e modalità di lavoro sia apprezzato trasversalmente da Millennial e Baby boomer, che sono i nati prima del 1964, con sfumature più accentuate sugli aspetti creativi i Millennial (68% contro 55%) e sulla possibilità di aggiornare le proprie competenze grazie allo scambio con professionisti di altre realtà (59% contro 42%).

Così, per esempio, il 23% degli appartenenti alle generazioni nate dopo il 1980 è convinto che la presenza di un servizio ristoro all’’interno dell’ufficio favorisca la produttività, mentre solo il 13% dei senior dà così tanto valore al potere della macchinetta del caffè, mentre contano di più sul livello di connessione wi-fi di questi “non-luoghi” (85% contro 78%), che per i più giovani sono soprattutto occasioni per fare rete, networking.

Oltre le strettoie di ruoli, funzioni e gerarchie. «In ogni caso le distanze tra Baby Boomer e Millennial che le percentuali della nostra ricerca esprimono sono davvero minime: è il segno che il lavoro sta subendo una rivoluzione ormai riconosciuta e trasversale», commenta Mauro Mordini, Country Manager di Spaces in Italia.