Quanto sono innovative le PMI del manifatturiero lombardo? L’Osservatorio MECSPE, presentato a Brescia da Senaf in occasione del nuovo tour dei “LABORATORI MECSPE FABBRICA DIGITALE, La via italiana per l’industria 4.0”, fa un bilancio sul I semestre del 2018, raccontando lo stato di salute delle imprese made in Italy della Lombardia e il loro rapporto con la trasformazione digitale.

Un processo di cambiamento che negli ultimi anni ha trasformato molto o abbastanza 6 aziende su 10, in un panorama che a livello generale le vede digitalizzate ormai in buona parte (52,8%), interamente (31,5%) o anche solo in pochi nodi (10,1%).

In luna di miele con l’innovazione

Quasi la metà degli imprenditori lombardi percepisce la propria azienda molto o abbastanza innovativa. Il 48,2% ritiene che tra i migliori strumenti di avvicinamento all’innovazione ci sia innanzitutto la consulenza mirata, subito seguita dal trasferimento di conoscenza, (47%), i workshop (32,5%), le comparazioni con aziende analoghe (31,3%), e la tutorship di un’accademia o università (19,3%).

Il 75,5% ritiene di avere un livello di conoscenza medio-alto rispetto alle opportunità tecnologiche e digitali sul mercato, il 24,2% investirà nel 2018 dal 10% al 20% del fatturato in ricerca e innovazione, e in molti credono che l’innovazione abbia consentito alle aziende di fare sistema e di creare nuove filiere.

Seppure, infatti, una parte degli intervistati non abbia ancora attivato partnership tecnologiche, il 28,2% sta prendendo in considerazione di farlo, mentre il 25,6% ha fiducia nel concetto di filiera e ha già puntato su queste collaborazioni per favorire lo sviluppo tecnologico della propria azienda.

Le tecnologie 4.0 adottate

Confermate le intenzioni di investimento nelle nuove tecnologie abilitanti, già in largo uso nelle PMI della meccanica e della subfornitura lombarde. Ad oggi hanno introdotto soluzioni in particolare per la sicurezza informatica (71,9%) e la connettività (54,7%), il cloud computing (46,9%), la produzione additiva (31,3%), la robotica collaborativa (29,7%), la simulazione e l’Internet of Things (28,1%), i big data (21,9%).

La realtà aumentata è stata privilegiata dal 15,6%, i materiali intelligenti dal 12,5%, mentre le nanotecnologie dal 7,8%. Al momento, i principali fattori di rallentamento della digitalizzazione sono rappresentati da un rapporto incerto tra investimenti e benefici (per il 47,8% delle aziende), dagli investimenti richiesti troppo alti (31,9%), dalla mancanza di competenze interne e dall’arretratezza delle imprese con cui si collabora (26,1%), nonché dalla mancanza di una chiara visione del top management (18,8%), dall’assenza di un’infrastruttura tecnologica di base adeguata (17,4%) e da troppi dubbi sulla sicurezza dei dati e possibilità di cyber attack (8,7%).

Che ruolo giocano persone e tecnologia?

Nel processo di trasformazione digitale, il rapporto uomo-macchina viene visto sotto più punti di vista.

Oltre la metà del campione (52,2%), ritiene che le persone abbiano sempre un ruolo fondamentale, di centralità nei processi, e che la percezione umana sia il vero driver del cambiamento. Per il 34,3%, invece, è la tecnologia ad avere un ruolo di primo piano, ma solo se supportata da un’adeguata formazione umana e da un cambiamento culturale, mentre il 13,4% ritiene la tecnologia fondamentale e l’unico fattore abilitante per la costruzione di soluzioni, che consentono di migliorare paradigmi di processo ormai obsoleti.

Alla domanda se le attuali figure professionali scompariranno, il 58,3% risponde “Non del tutto”, pronosticando che si assisterà alla nascita di nuove/specifiche figure con forti competenze in ambito IT; per il 27,8% alcune figure rimarranno insostituibili, rispetto al 13,9% che pensa che le professioni tradizionali non riusciranno a tenere il passo e saranno inevitabilmente sostituite. Una tendenza in linea anche con i dati nazionali.

I profili specializzati più richiesti entro il 2030

Guardando al futuro, ai giovani e alle digital skill, i profili specializzati più richiesti entro il 2030 saranno il Robotic engineer (24,3%), gli specialisti dei big data (22,9%), lo specialista IoT (15,7%); a seguire i programmatori di intelligenze artificiali (14,3%); il multichannel architect e gli esperti di cybersicurezza (8,6%).

Dal punto di vista della preparazione complessiva che la quarta rivoluzione industriale richiede al personale nell’analisi e gestione dei dati, il livello di competenze è giudicato medio dalla metà degli intervistati e alto da oltre 4 imprenditori su 10 (42,7%).

Per la ricerca di nuove professionalità che facciano fronte alla sfida dell’industria 4.0, l’azienda si indirizza verso agenzie di ricerca del personale (48,1%), Università e Istituti tecnici (36,4%), società di consulenza (26%), Istituti e scuole professionali (15,6%). Non mancano però come punto di riferimento anche le inserzioni (11,7%), gli uffici di collocamento (10,4%) e i concorrenti (7,8%).