Il processo creativo ha sempre un che di misterioso che incuriosisce e appassiona gli studiosi, che cercano di dargli forma e incanalarlo in una procedura ripetibile. Oggi è ampiamente condiviso che l’innovazione debba rientrare in un processo e non limitarsi a un “eureka” casuale, per diventare strutturale all’organizzazione.

Tuttavia, il processo creativo e innovativo per sua stessa natura deve prevedere l’errore e l’alterità per rendere possibile l’esperienza del nuovo. È vero che non esiste solo l’innovazione “disruptive”, ma anche quella incrementale, ma è comunque qualcosa di nuovo rispetto alla ripetizione del noto.

Per rendere possibile il nuovo, infatti, bisogna uscire dalla ripetizione dei soliti schemi, che producono sempre gli stessi risultati. Procedere per tentativi ed errori è d’altronde il metodo scientifico, ma quante aziende sono disposte a dedicare budget e tempo a provare e riprovare e a sbagliare finché non emergano soluzioni innovative?

Una ricerca storiografica appena pubblicata sulla rivista americana Organization Science mostra i tratti comuni ai grandi innovatori del passato e del presente. Gli autori, ricercatori dell’Università degli Studi di Bologna, della Calabria e della New York University, studiano da anni questi temi, nonché la marginalità come luogo d’innovazione.

1. Outsider dalla formazione non convenzionale

Per prima cosa emerge che l’innovazione “si consuma” fuori dagli schemi, ai margini di una comunità scientifica o di un settore industriale, in quegli spazi non codificati dove c’è più libertà di ricerca, esplorazione e sperimentazione. Di conseguenza i grandi innovatori sono spesso anche “outsider”, vengono cioè da mondi ai margini, esclusi dai codici cognitivi, comportamentali e valoriali prevalenti, condivisi ma anche ripetitivi, che è difficile inventino qualcosa di nuovo.

«Il paradosso di queste storie di innovazione è che l’outsider ha un innegabile vantaggio creativo nei confronti degli insider», spiega Simone Ferriani, docente dell’Università di Bologna e coautore della ricerca (in foto). «In quanto esterno al sistema, ne evade il pensiero dominante, con tutto il suo carico di aspettative, regole e preconcetti. Ma ha anche un tremendo svantaggio quando si tratta di concretizzare le proprie idee: l’essere al di fuori (out-side) implica infatti mancanza di accesso ai centri di potere, scarsa se non nulla credibilità e assenza di legittimazione all’interno del sistema in cui cerca affermazione. In che modo allora gli outsider riescono dunque a portare a compimento le proprie visioni di cambiamento? Quali sono i meccanismi che contraddistinguono l’ascesa e l’affermazione di innovatori e idee che prendono forma ai margini del sistema?».

In particolare è stata studiata la figura di John Harrison, che con il suo cronometro marino ha rivoluzionato la navigazione in alto mare nel 1700. Un personaggio che, nonostante le resistenze incontrate nella comunità scientifica, con tenacia e determinazione è riuscito ad arrivare alle orecchie del re e a farsi ascoltare.

L’antefatto era stato una delle più grandi tragedie navali della storia: 2mila morti a causa di un errore nel calcolo della rotta, per cui quattro navi da guerra si erano schiantate contro le isole Scilly, al largo delle coste inglesi. Pochi anni più tardi, nel 1714, il parlamento inglese istituì un premio in denaro per chi avrebbe risolto il problema della misurazione della longitudine in mare aperto.

E ad aggiudicarsi il premio fu il più improbabile dei contendenti: John Harrison, un falegname inglese autodidatta proveniente da un piccolo villaggio del Lincolnshire. Harrison attaccò frontalmente l’establishment scientifico con una soluzione inedita per risolvere l’enigma della longitudine. Ideò e realizzò un cronometro marino estremamente preciso e, al tempo stesso, resistente alle difficili condizioni a bordo delle navi. Ad aiutare John Harrison, inizialmente, furono proprio le sue origini non aristocratiche e la formazione non accademica, che gli permisero di esplorare soluzioni non convenzionali al problema della longitudine.

Una caratteristica che si ritrova anche nella vicenda di un’altra grande outsider: Coco Chanel. «Chanel», spiega Ferriani, «era figlia illegittima di una lavandaia e di un venditore ambulante e attinse proprio alle sue umili origini per concepire alcune delle idee estetiche più radicali e iconiche, come la proverbiale predilezione per il bianco e nero, ispirata ai colori delle uniformi indossate negli anni di orfanotrofio».

2. Fare dello svantaggio un’opportunità

Queste persone dalla vita non facile, si distinguono per la capacità di trasformare gli svantaggi in opportunità. Lo seppe fare John Harrison, in una continua lotta con l’establishment che proseguì anche dopo i primi successi, e ci riuscì Roxanne Quimby, l’imprenditrice statunitense creatrice dell’impero della cosmesi naturale Burt’s Bees.

«Marginalizzata e diseredata dalla famiglia per i suoi comportamenti eccentrici», racconta Gino Cattani, docente alla New York University e coautore dello studio, «a poco più di trent’anni si trasferisce nelle foreste del Maine, dove fa della sua marginalizzazione una opportunità, sperimentando alcune idee pionieristiche sull’uso sostenibile di risorse naturali a fini industriali».

3. Networking e capacità di influenzare

Tra le strategie di successo degli outsider individuate dai ricercatori, una riguarda la capacità di destreggiarsi tra pubblici diversi, approfittando di quelli più predisposti ad accogliere idee innovative. John Harrison si affidò al sostegno dei marinai e dei politici che, rispetto ai complessi calcoli proposti dagli scienziati del tempo, volevano soluzioni più pratiche e veloci.

«Anche Steve Jobs», aggiunge Simone Ferriani, «ha mostrato la stessa capacità: prima di fondare Apple, aveva incontrato decine di venture capitalist, ma senza successo. Fino a quando non si imbatté in Mark Makkula, giovane e facoltoso ingegnere che vide del potenziale laddove l’establishment della finanza vedeva solo ostacoli.» Makkula fu il primo a investire in Apple, una scelta che si sarebbe per lui rivelata assai profittevole.

4. La tenacia mostrata da Steve Jobs

La tenacia mostrata da Steve Jobs, che non si perse d’animo nonostante decine di rifiuti, è un altro degli ingredienti essenziali nel profilo dell’innovatore outsider. Se torniamo alla vicenda di John Harrison, del resto, troviamo la stessa perseveranza fuori dal comune.

«Nel dedicarsi industriosamente e incessantemente alla misurazione della longitudine, Harrison esibì una tenacia paragonabile al fanatismo», conferma Ferriani. «Non solo testò e sperimentò ostinatamente il suo ingegnoso strumento di misurazione per quasi cinquant’anni, ma scrisse anche una serie di testi accusatori per denunciare i soprusi del comitato di valutazione dominato dall’ortodossia accademica, e contrastare così l’ostracismo nei suoi confronti».

Un altro esempio simile è quello di James Dyson, fondatore dell’impero delle aspirapolveri Dyson. «Come Harrison, Dyson era un outsider del settore, perché veniva dal mondo del design», racconta ancora Cattani. «E solo dopo quindici anni di test, rettifiche, aggiustamenti ossessivi e oltre cinquemila prototipi riuscì a perfezionare il pionieristico aspirapolvere senza sacche di riempimento che lo avrebbe catapultato ai vertici dell’industria».

L’innovazione ha bisogno di tempo, di prove e controprove e di adattamenti successivi per arrivare sul mercato con soluzioni che facciano davvero la differenza.