Robotica e intelligenza artificiale non fanno più paura agli italiani, che anzi iniziano a vederne gli effetti benefici sulla qualità del lavoro: meno faticoso e più sicuro, più interessante e talvolta nuovo nelle mansioni. Lo dicono Randstad e Doxa in due recenti indagini. Ma quelle che ancora mancano sono le competenze per stare al passo con la rapida innovazione tecnologica.

Cresce la fiducia dei lavoratori verso automazione, robotica e intelligenza artificiale. Con un balzo del 25% in quattro anni, come rileva l’ultimo Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro del gruppo globale che fornisce servizi per le risorse umane, condotta in 34 Paesi su un campione di 405 lavoratori tra 18 e 67 anni per ogni nazione.

Il 65% degli intervistati, infatti, ritiene che le nuove tecnologie avranno un impatto positivo sul proprio lavoro, con un +25% a fine 2018 rispetto al 2014, 6 punti percentuali in più rispetto alla media globale e ben 12 punti in più rispetto alla media europea (solo la Polonia ha un atteggiamento più favorevole del nostro con il 68%).

Questo aumento di propensione all’automazione e al digitale conferma le rilevazioni del “Primo rapporto su AI, robot e lavoro. Studio multi-target su imprenditori, manager e lavoratori delle aziende italiane”, presentato da Doxa lo scorso autunno, in collaborazione con Aidp e Lablaw.

Il bilancio sull’introduzione dei robot è infatti negativo solo per il 3% dei lavoratori italiani, compresi capi e collaboratori; è neutro per il 28% dei lavoratori e il 15% dei manager; è abbastanza positivo per il 52% dei primi e per il 61% dei secondi e decisamente positivo per il 17% dei primi e il 22% dei secondi.

Le differenze sulla propensione all’utilizzo o meno di robot e intelligenza artificiale aumentano se si confronta chi ha già avuto modo di “lavorarci insieme” e chi ne è a digiuno. In pratica, ha meno paura (che si venga sostituiti dai bracci robotici e che si spersonalizzi il lavoro) chi lavora in un ambiente già altamente automatizzato. Questi infatti è più propenso a riconoscerne l’effetto di rendere il lavoro meno faticoso e più sicuro (99% contro 87% di chi non ne ha avuto esperienza), di lavorare meno e meglio (82% contro 69%) e di creare ruoli, funzioni e posizioni che prima non esistevano (86% versus 68%).

Così, manager e datori di lavoro che hanno toccato con mano sistemi automatici, sé movibili e digitali sono più favorevoli all’utilizzo di intelligenza artificiale e robotica (75%), rispetto a chi ne è ancora a digiuno (47%). Anche il giudizio dei lavoratori mostra differenze tra chi ne ha già familiarità e chi no, anche se l’adesione complessiva è più bassa rispetto a quella dei loro capi: 54% versus 61%. Per il resto, è positivo il giudizio del 67% dei lavoratori che sono a contatto con le linee automatiche robotiche, rispetto al 48% di chi non ne ha ancora fatto esperienza.

Ma il problema restano le competenze

Nell’ultima indagine di Randstad 8 italiani su 10 vedono dunque come una opportunità, e non più come una minaccia, il crescente impatto della tecnologia sul mondo del lavoro (+6% rispetto alla media globale e + 10% rispetto alla media europea), al 12° posto sui 34 paesi analizzati dalla ricerca.

In Europa soltanto Grecia (82%) e Portogallo (83%) risultano più ottimisti di noi. Tuttavia, il grande ritardo si registra sulle competenze digitali dove siamo in 32sima posizione su 34 Paesi; con un -18% rispetto alla media globale e un -15% rispetto alla media europea sulla capacità di scuola e università di prepararci adeguatamente alla domanda sempre più tecnologica del mondo del lavoro.

Tuttavia, siamo anche quelli che si sentono più sotto pressione per restare aggiornati sugli sviluppi delle tecnologie digitali: ben l’80%, +33% della media globale e +38% della media europea. L’87% dei dipendenti, inoltre, vuole acquisire più competenze per garantire la propria occupabilità in futuro (+7% rispetto alla media globale e +9% sulla media europea), dodicesimi nella classifica globale e quinti in Europa dietro a Polonia e Spagna (entrambi all’88%) e Portogallo e Romania (entrambi all’89%). Così, non soddisfatti dell’investimento aziendale in formazione digitale, il 56% dei lavoratori cercano di rispondere alla domanda di competenze digitali autonomamente.

«Dalla ricerca emerge come sia cambiata la percezione dell’intelligenza artificiale tra gli italiani, vista non più come un pericolo ma come un’opportunità», commenta Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad Italia.

«La partita per cogliere tutti i benefici dell’intelligenza artificiale si gioca, però, sulla capacità del sistema formativo e delle imprese di sviluppare le competenze digitali necessarie e su questo piano la strada da fare è ancora lunga. Solo uno su due gli italiani ritengono che le università forniscano agli studenti le giuste competenze digitali per prepararli al loro futuro nel mondo del lavoro e meno della metà del campione afferma che la propria azienda investa in applicazioni di intelligenza artificiale o nella formazione dei dipendenti sul tema. Per gestire un cambiamento culturale e sociale così profondo è necessario un progetto a lungo termine che metta insieme il contributo di lavoratori, scuole e imprese».

Gli effetti economici della mancanza di manodopera

La crisi del talento, cioè la carenza di manodopera qualificata, potrebbe spostare l’equilibrio globale del potere economico da qui al 2030, con una perdita di opportunità di reddito di 8,452 trilioni di dollari, pari al Pil combinato di Germania e Giappone.

Sono le drammatiche stime dello studio “The Talent Crunch”, condotto a livello mondiale da Korn Ferry, la società di consulenza organizzativa globale che accompagna le aziende nel ridisegnare gli asset manageriali.

Nel settore tecnologico, per esempio, si prevede una carenza di competenze lavorative che raggiungerà i 4,3 milioni di lavoratori entro il 2030 (ben 59 volte il numero di dipendenti di Alphabet, la società madre di Google). L’India sarà il solo Paese con un surplus di lavoro qualificato di circa 245,3 milioni di lavoratori entro il 2030, grazie al consistente numero di persone in età lavorativa e ai programmi governativi per aumentare le capacità professionali dei lavoratori.