Studio shock di Korn Ferry: senza una solida strategia per lo sviluppo delle competenze che serviranno all’economia del futuro, la tecnologia potrebbe non soddisfare le promesse di crescita economica e di aumento di produttività. Il “Talent Crunch” sarebbe quantificabile in una perdita di 8,452 trilioni di dollari per i Paesi del mondo, a causa del mancato inserimento di 85,2 milioni di figure qualificate.

Ormai è certo. Innovazione e sviluppo tecnologico vanno più veloci della capacità dei lavoratori di aggiornarsi e di acquisire un nuovo saper fare, saper pensare e lavorare. Tutta una serie di competenze tecniche e comportamentali che serviranno per far funzionare le industrie, i servizi, la finanza e i mercati, in un mondo sempre più digitalizzato e automatizzato.

Si preannunciano ruoli e lavori oggi ancora inimmaginabili e non descrivibili in precisi job profile. Ancora non è chiaro quali abilità tecniche e professionali dovranno accompagnare l’evoluzione tecnologica, ma certo servirà un generale e diffuso atteggiamento mentale, collaborativo, di visione d’insieme, trasversale, a partire dalla scuola, dove ci si può iniziare ad allenare.

L’impatto digitale riguarda infatti tutto l’impianto educativo, anche se con grandi ritardi come dicono i dati del mismatch tra domanda e offerta: faculty non aggiornate, investimenti insufficienti in laboratori e strumentazioni, dialogo insufficiente tra scuola e industria e ancora scarsa disponibilità del sistema produttivo a investire sulle risorse umane presenti e potenziali.

Purtroppo, però, l’allargamento della forbice tra domanda e offerta riguarderà anche la Germania, dove già funziona un sistema didattico duale con le Fachhochschulen, caratterizzate da una forte integrazione tra istruzione teorica e tecnica sul campo.

I numeri della disfatta secondo Korn Ferry

Se non si sviluppa una strategia complessiva e massiva per la formazione tecnica dei giovani a livello globale, il rischio sarà un tracollo della produzione mondiale con una perdita di opportunità di reddito di 8,452 trilioni di dollari, pari al pil combinato di Germania e Giappone, e 85,2 milioni di posti di lavoro bruciati per mancanza di profili adeguati.

Queste le stime di Korn Ferry, società di consulenza organizzativa globale che accompagna le aziende nel ridisegnare gli asset manageriali, nel suo studio mondiale “The Talent Crunch” sull’impatto finanziario al 2020, al 2025 e al 2030. In pratica, se lasciata senza indirizzo, la carenza di talenti impatterà pesantemente sulla crescita delle organizzazioni, dei mercati e del lavoro.

«I risultati di questo studio saranno sicuramente d’aiuto ai capi azienda e alle organizzazioni per capire in che modo la carenza di talenti impatterà sui loro settori e sulle regioni in cui operano per iniziare ad affrontare immediatamente la crisi del talento, prima che questa avvenga e ne subiscano conseguenze economiche», commenta Maurizia Villa, Managing Director e Country Chair Italia di Korn Ferry, società di consulenza organizzativa globale.

Se guardiamo all’Italia, già oggi il mismatch tra domanda e offerta avanza nonostante la forte disoccupazione, perché manca una strategia complessiva per istruire, formare e potenziare la forza lavoro esistente e quella del futuro, facendo incontrare in modo efficace domanda e offerta.

Gli ultimi dati Excelsior di Unioncamere, in collaborazione con Anpal, parlano di sempre maggiore difficoltà a reperire i profili idonei da inserire in azienda (+6 punti a gennaio, raggiungendo il 31%), anche per effetto di una maggiore richiesta di profili professionali qualificati.

Korn Ferry ha analizzato la situazione di 20 economie sviluppate e in via di sviluppo: le Americhe (Brasile, Messico, Stati Uniti), Emea (Francia, Germania, Paesi Bassi, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito) e Asia Pacifico (Australia, Cina, Hong Kong, India, Indonesia, Giappone, Malesia, Singapore e Tailandia).

Si sono presi a oggetto di studio tre settori ad alta intensità di conoscenza che, all’interno di ciascun mercato, fungono da fattori determinanti per la crescita economica globale: servizi finanziari e commerciali; tecnologia, media e telecomunicazioni (Tmt) e settore manifatturiero.

Senza nuove competenze crollo di finance e sales

Servizi finanziari e commerciali sono il settore più importante per Pil e il più minacciato da gravi carenze di talenti. Si prevede un deficit di 10,7 milioni di risorse entro il 2030, pari a oltre 45 volte la forza lavoro globale di HSBC.

I primi cinque centri finanziari dello studio, Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Germania e Francia, potrebbero non generare 870,47 miliardi di dollari entro il 2030, di cui la metà negli Stati Uniti, pari all’1,5% dell’intera economia del Paese.

In Europa, i centri finanziari Regno Unito e Germania potrebbero faticare a mantenere le loro posizioni globali a causa dell’incombente shortage, che nel Regno Unito sarà pari a un quinto della sua forza lavoro nel settore.

Il Giappone, che è il sesto più grande centro finanziario del mondo, alla fine non riuscirà a generare fatturato per 113,62 miliardi di dollari, pari a oltre il 18% del valore potenziale del settore. 

La tecnologia da sola non basterà

Per il settore tecnologico, Korn Ferry ha rilevato che a livello mondiale mancheranno 4,3 milioni di lavoratori, ben 59 volte il numero di dipendenti di Alphabet, la società madre di Google. Solo l’India avrà un surplus di lavoro qualificato di circa 245,3 milioni di lavoratori entro il 2030, grazie al consistente numero di persone in età lavorativa e ai programmi governativi per aumentare le qualifiche dei lavoratori.

Dall’analisi emerge che anche le aziende più automatizzate e robotizzate avranno un crescente bisogno di profili con competenze avanzate, più in laboratorio che in fabbrica. Per gli Stati Uniti, attualmente il principale mercato tecnologico mondiale, le previsioni sono di perdere 162,25 miliardi di dollari, compromettendo lo status dell’America come centro tecnologico globale.

Ma anche la Cina, che ha lavorato molto per trasformarsi in un hub tecnologico all’avanguardia, alla fine potrebbe non riuscire a generare 44,45 miliardi di dollari di entrate a causa della mancanza di competenze.

Il calo demografico del Giappone lavora contro il Paese stesso, con un deficit di 280.000 lavoratori già per il 2020, deficit che a oltre 500mila lavoratori altamente qualificati entro il 2030, minacciando la posizione del Giappone tra i top 5 del mercato tecnologico globale.

Sul fronte Emea, nel 2030 il Regno Unito non realizzerà quasi il 9% delle entrate potenziali del settore Tmt per mancanza di risorse umane adeguate.

Alla fine mancheranno anche gli operatori tecnici per la fabbrica digitale

L’abbondanza di competenze tecniche nell’industria manifatturiera in Cina e in Russia guiderà, invece, un surplus di lavoratori altamente qualificati fino al 2020, ma nei dieci anni successivi anche questi grandi Paesi ne sentiranno la mancanza.

Anche i Paesi in via di sviluppo con forti centri di produzione potrebbero iniziare a rallentare per carenza di risorse: entro il 2030, il Brasile potrebbe soffrire di un deficit di produzione di 1,7 milioni di dollari, mentre l’Indonesia di 1,6 milioni di posti vacanti.

Negli Stati Uniti, la più importante economia manifatturiera del mondo, già si sta riscontrando un problema di carenza di risorse, che porterà a un disavanzo di 383mila lavoratori, pari a oltre il 10% della forza lavoro.

Il Giappone, terza economia manifatturiera analizzata nello studio, potrebbe non riuscire a realizzare 194,61 miliardi di dollari per mancanza di manodopera in questo settore, che rappresenta il 3% dell’intera economia del paese.

Tutti i mercati dell’area Emea sperimenteranno un deficit di manodopera qualificata, che porterà a una perdita di 1.906 miliardi di dollari di introiti. Tuttavia, dato che questi stessi Paesi possono aspettarsi entro il 2030 eccedenze di manodopera poco qualificata, ci saranno grandi possibilità di aggiornamento delle competenze per alleviare la crisi del talento attraverso una strategia condivisa tra pubblico e privato. Ma non si può più aspettare e l’India non potrà salvare tutti.