La settima edizione del World Manufacturing Forum (WMF) in corso a Cernobbio dal 25 al 27 settembre ha riunito rappresentanti istituzionali e imprenditoriali da numerosi Paesi del mondo, con oltre 1.300 presenze attese.

Nell’occasione è stato presentato il Report 2019 WMF dedicato a “Skills for the future of manufacturing” e Confindustria Lombardia, insieme agli altri tre motori d’Europa, ha rilanciato per una politica industriale che scommetta il tutto e per tutto sul futuro dell’automobile europea.

Da Cernobbio i cosiddetti “Quattro Motori d’Europa”, Baden-Württemberg, Catalogna, Lombardia e Rodano-Alpi, rilanciano per una politica industriale che concentri risorse e investimenti sull’automotive. Le quattro regioni più industrializzate d’Europa affrontano di petto i due colossi Cina e Usa, facendo sistema fra loro e chiedendo la politica europea, locale e nazionale di scommettere su questo cavallo.

«Le sfide sono tante ma anche le opportunità collegate al rapido sviluppo del mondo dell’automotive: innovazione tecnologica, mobilità elettrica, auto a guida autonoma sono lo scenario su cui investire il più possibile ora. Dobbiamo iniziare a pensare alle batterie “europee”», tuona il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti, soddisfatto dell’incontro programmatico con le altre regioni.

Il tema delle competenze al centro della politica industriale

Ma per cavalcare per tempo l’innovazione ed essere competitivi sui mercati, oltre ai progetti di industrializzazione e alle politiche economiche, servono competenze sempre nuove, adatte alla trasformazione tecnologica e digitale in corso.

Questo il leit motiv del Forum, tra la presentazione del report “Skills for the future of manufacturing” da parte di Marco Taisch, professore del Politecnico di Milano, presidente del Competence Center Made e presidente del comitato scientifico del WMF (nella foto di apertura in alto), e le numerose tavole rotonde dedicate alle esperienze degli altri Paesi, con la testimonianza di figure istituzionali dal Quebec e dal Canada alla Germania, dagli Usa all’Olanda.

Ogni rappresentante ha raccontato la forte compresenza di pubblico e privato nei propri progetti di politica industriale e nei piani di formazione per una forza lavoro che abbia la giusta combinazione di skill (tecniche e umanistiche insieme), nonché per la riqualificazione di quella già in essere nelle imprese.

«Servono progetti di ampio respiro, ha commentato Giovanni Brugnoli, vicepresidente per il Capitale umano di Confindustria (in foto, qui sopra, durante l’intervento di Cernobbio), nel panel del tavolo “Skills Gaps and Global Education System across various manufacturing industries”, mentre i nostri programmi a tre anni sono troppo brevi.»

Forse in queste parole c’era anche un riferimento ai Competence Center in partenza con i primi bandi di ottobre, che avranno a disposizione tre anni per camminare sulle proprie gambe: partenariati pubblico-privato, con una chiara spinta imprenditoriale nella capacità di attrarre investimenti privati, oltre che finanziamenti pubblici per aiutare il nostro sistema imprenditoriale ad affrontare, potenziare o completare la propria trasformazione digitale.

Il tema è stato sviluppato il 25 pomeriggio da un panel di direttori generali dei nuovi competence center di Torino, Bologna, Milano e Pontedera. Come dimostrano le esperienze degli altri Paesi, serve una chiara politica industriale (e investimenti) per traghettare i Paesi in una economia del lavoro sempre più automatizzata, connessa e complessa.

«Noi imprenditori abbiamo bisogno di certezze, di una politica stabile, di chiarezza delle norme e di una visione di sviluppo di medio-lungo periodo», ha chiosato Borometti.

Shortage di competenze e come formarle a un lavoro che cambia

A Cernobbio è stato lanciato un nuovo allarme-appello. Uno studio globale di McKinsey prevede tra il 2016 e il 2030 la nascita di 800 milioni di nuovi posti di lavoro su professioni nuove, più qualificate e meglio retribuite e altrettanti 400 milioni di posti di lavoro vecchi, che saranno rimpiazzati e avranno bisogno di piani di reskilling e re-training per ricollocarsi.

«In pratica, il 40% della forza lavoro sarà da riqualificare, perché tecnologie e organizzazioni non corrono alla stessa velocità, commenta allarmato il presidente del WMF Alberto Ribolla. Il che è anche fisiologico, ma servono pianificazione, investimenti, visione e collaborazione tra tutti gli stakeholder per far fronte a questo complesso scenario.

Taisch ha ricordato la responsabilità in capo al dipendente nell’occuparsi della propria formazione e del proprio aggiornamento continuo, senza più scuse di tempo, perché i device mobili consentono di informarsi e formarsi anche da remoto e nei momenti liberi. Ma ha ricordato anche la responsabilità dei datori di lavoro di fornire strumenti e risorse, di pianificare la riqualificazione professionale.

I dati sui fabbisogni della manifattura sono ancora più allarmanti: sarebbe infatti il 53%, più di uno su due fuori dai giochi da qui al 2028, se non si corre ai ripari nel ripensare il proprio ruolo e la propria funzione-utilità in azienda, altrimenti semplicemente soppiantata da macchine e sistemi automatici e software sempre più intelligenti.

Una stima di Deloitte & The Manufacturing Institute prevede nel decennio la creazione di 4,6 milioni di nuovi posti di lavoro nell’industria manifatturiera, di cui 2,69 milioni da naturale turnover per pensionamento e quasi 2 milioni da funzioni e professioni nuove. Purtroppo però oltre la metà di queste nuove opportunità lavorative faticherebbero a trovare il giusto match tra domanda e offerta (2,4 milioni di posti di lavoro vacanti).

C’è dunque un prepotente e urgente tema di reskilling, ma anche la necessità di ripensare il sistema dell’istruzione dei giovani, riassunta bene da Jun Ni, professore e direttore dell’Università del Michigan (nella foto sopra, a destra). «Va cambiato l’approccio all’insegnamento e all’apprendimento. Con la velocità esponenziale di trasformazione delle tecnologie, noi non sappiamo di che competenze tecniche ci sarà bisogno tra 10-20 anni ed è quindi nostra responsabilità formare una mentalità all’apprendimento continuo alla flessibilità alla curiosità intellettuale. Per questo la formazione dovrà sempre più associare a competenze specialistiche, che rischiano una rapida obsolescenza, una cultura generale, un approccio olistico».

Posizione confermata da Renate Hornung-Draus, direttore generale della Confederazione delle associazioni tedesche di imprenditori (qui sopra, in foto). Oltre a presentare il modello didattico duale tedesco, che integra gli insegnamenti della scuola superiore con la formazione specialistica sul campo voluta dalle imprese, così che molti istituti tecnici fanno scuola nelle fabbriche stesse, la manager ha raccontato il piano tedesco di introdurre la cultura digitale fin dalla scuola primaria e, all’altro capo della catena della formazione, di insegnare il management dell’innovazione e del cambiamento continuo ai futuri ingegneri già durante gli studi universitari.

La direzione è quindi di un sempre maggiore riconoscimento da un lato della cultura generalista che favorisce elasticità mentale, curiosità intellettuale e flessibilità, che servono a gestire l’aggiornamento e l’integrazione delle competenze e della stessa fabbrica, sempre più connessa, “smart”; dall’altro, il valore delle competenze specialistiche che sono comunque in divenire e hanno bisogno di quell’attitudine all’aggiornamento continuo.

Proprio per favorire questa contaminazione tra cultura e terreno tecnico-industriale, il vicepresidente della Regione Lombardia Fabrizio Sala ha annunciato un progetto pilota per il 2020, sollecitato dalle imprese, in cui un manipolo di queste installeranno macchinari nuovi presso istituti tecnici della Lombardia, con un contributo di 2 milioni di euro dalla Regione Lombardia, per avvicinare al field industriale prima di tutto il corpo docente e, in seconda battuta, i futuri tecnici.