Le grandi aziende sposano il concetto di Open Innovation e si aprono all’ecosistema digitale, investendo nelle startup innovative il doppio del venture capital. Presenti in oltre 2.600 startup, per un totale di 489 milioni di euro, investono sulla propria innovazione. Lo dicono gli ultimi dati dell’Osservatorio di Assolombarda sull’Open Innovation e il Corporate Venture Capital Italiano, giunto alla quarta edizione.

Gli industriali italiani investono nell’ecosistema delle startup innovative il doppio dei fondi d’investimento e in modo più diffuso: 489 milioni di euro nel 2018 contro 192 milioni di euro da parte del venture capital.

Questo significa che le nostre grandi e medie imprese “comprano” innovazione direttamente da piccole realtà, investendo in esse (esattamente in 2.656, con una crescita del 23,3% dal 2017 al 2019), dimostrando di crederci molto più degli investitori specializzati che investono su poche (398), anche se ovviamente di più in termini assoluti su ciascuna.

L’altra fonte di investimento per le startup innovative sono i  “Family&Friends”, ovvero persone fisiche e ditte individuali, presenti in 7.490 piccole imprese con 437 milioni di euro, quindi con una maggiore diffusione ma investimenti cadauna più ridotti.

Industria e startup si trainano a vicenda

Benché i numeri assoluti del tessuto delle nuove imprese e degli ecosistemi siano ancora ridotti rispetto a quelli di altri Paesi, la presenza del capitale industriale inizia ad avere un peso.

Il numero delle quote dei soci corporate che hanno investito in startup innovative è aumentato dell’88% tra settembre 2017 e settembre 2019, passando da 6.727 a 12.667 unità. Se si considerano le sole partecipazioni dirette, il numero di quote si attesta a 5.071, per un incremento del 76,1% negli scorsi due anni.

È un fenomeno in forte crescita, con ritorni sullo sviluppo stesso delle imprese. A fronte di una generale stagnazione economica, infatti, nel 2018 il fatturato e il valore aggiunto dei soci corporate hanno avuto una crescita, sul 2017, rispettivamente del 5,01% e del 7,17%.

È quanto emerge dal quarto Osservatorio sull’Open Innovation e il Corporate Venture Capital Italiano, promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau, con la partnership scientifica di InfoCamere e degli Osservatori del Politecnico di Milano e con il supporto di Confindustria e Piccola Industria Confindustria.

Inoltre, se si considerano i dati parziali dei bilanci di esercizio 2018, il fatturato generato da queste startup è pari a 889 milioni di euro, di cui 449 milioni di euro (50,52%) è prodotto da startup innovative nel portafoglio di grandi e medie imprese e benché siano solo il 25,5% del totale quelle partecipate dall’industria, generano il 37,7% degli addetti impiegati da tutte le startup innovative.

Sono quindi quelle che, in proporzione, contribuiscono di più alla creazione di posti di lavoro. Della forza trainante delle startup innovative, che entrano nel circuito industriale di cui accelerano l’innovazione, ricevendo a loro volta occasioni di crescita e di mercato, abbiamo parlato estesamente nel numero cartaceo di settembre 2019 di Industrie 4.0 (“Chi accende l’innovazione digitale?”, pp. 40-46).

Luigi Serio

«Interpreto questi dati come un progressivo consolidamento di un trend», commenta Luigi Serio, professore di Economia e gestione delle imprese alla Università Cattolica di Milano e direttore del Master in Risorse Umane in Istud Business school.

«Le startup in Italia non sono più a uno stadio embrionale, certo in termini assoluti sono ancora un fenomeno contenuto rispetto ad altri Paesi, ma è ormai passato il concetto di Open Innovation nelle nostre grandi aziende, che guardano le startup come bacini di innovazione. Le forme di contaminazione sono le più diverse, talvolta condividendo anche smart place, i nuovi luoghi dell’innovazione. Così, a volte, si trovano avamposti di grandi aziende nei moderni spazi di coworking per venire a contatto con idee nuove e business in nuce e farli crescere, investendoci e sfruttandoli per il proprio business.

Altre volte, le stesse grandi aziende fanno proposte di contaminazione, lanciando “Call4ideas” per propri progetti di sviluppo e selezionando le startup più interessanti, che talvolta vengono anche ospitate in propri spazi di innovazione, come nel caso di Electrolux. Il passo successivo può essere entrare nel loro capitale fino ad acquisirle. Certo, in questo caso perderanno la propria spinta innovativa a causa delle routine organizzative, ma se l’impresa ha compreso le opportunità implicite nell’open innovation ripartirà facendo scouting di nuove startup innovative».

Oggi le fonti dell’innovazione non possono infatti avere confini aziendali: lo sviluppo tecnologico è troppo veloce rispetto ai tempi della ricerca e sviluppo interna alle imprese, quindi la via per innovare è guardare fuori, fare scouting, rete, scommettere su nuove idee di business, su un’app particolare, un algoritmo, un nuovo materiale, investendo in realtà esterne, farle crescere e poi casomai assorbirle nell’organizzazione.

Il mercato dice sì a contaminazione ed ecosistema e le istituzioni cosa fanno?

«Quasi mezzo miliardo di investimento da parte delle corporate in startup innovative è un dato sorprendente che dice quanto le imprese, grandi, medie e piccole, credano nell’innovazione aperta che arriva dalla contaminazione con le giovani imprese innovative», commenta Angelo Coletta, presidente di Italia Startup.

Angelo Coletta

«Si tratta ora di allargare e consolidare questi modelli virtuosi di corporate venture e di Open Innovation, anche dando vita a misure legislative adeguate per incentivare gli investimenti da parte delle aziende, oggi concentrate prevalentemente sulle persone fisiche e sugli investitori istituzionali».

Appello alle istituzioni anche da Assolombarda: «Con l’Osservatorio fotografiamo il fenomeno di collaborazione tra startup e aziende e stimoliamo le imprese a valutare come agganciarsi alle catene globali del valore, ma nonostante i segnali di sviluppo le dimensioni dell’ecosistema delle startup sono ancora ridotte rispetto a competitor come Francia e Spagna.

Stefano Venturi

Per dare più forza a questo settore pensiamo sia necessario equiparare l’investimento in startup a quello in Ricerca e Sviluppo e aumentare il massimale di 1,8 milioni di euro che oggi si applica alla deduzione Ires riservata alle aziende che investono in startup innovative. Infine, chiediamo che venga data attuazione quanto prima al Fondo Nazionale per l’Innovazione inserito nella Legge di Bilancio 2019 che, ad oggi, è ancora senza un chiaro piano operativo», conclude Stefano Venturi, vicepresidente di Assolombarda con delega a Attrazione Investimenti, Competitività Territoriale, Infrastrutture per la Logistica e Trasporti, Startup