Calo della domanda, scelte politiche e mancanza di personale qualificato i tre rischi principali per le aziende tedesche presenti in Italia, che esprimono cautela sugli investimenti per il prossimo anno. La carenza di meccatronici, ingegneri industriali, elettronici e informatici e ora anche traduttori e interpreti in un mercato sempre più globale, indicata anche da Uniocamere.

Le previsioni per il 2020 sono di un rallentamento degli investimenti da parte delle aziende tedesche operanti in Italia, che temono il calo della domanda, le scelte politiche e di politica economica italiana e la difficoltà a reperire personale qualificato.

È quanto emerge dal secondo “Sectorial Business Outlook”, realizzato dalla Camera di Commercio Italo-Germanica (AHK Italien) tra realtà rappresentative di tutte le dimensioni aziendali e dei principali settori, nei quali è attiva la business community italo-tedesca.

Dopo un anno di leggera crescita del loro business in Italia, con un export di 39,1 miliardi di euro (+0,4% rispetto al 2018) e un import di 45,9 miliardi di euro (+0,1% vs 2018), con prospettive decisamente positive per il 2019, di fatto la frenata dell’automotive nel corso dell’anno ha fatto rivedere l’atteggiamento per il futuro prossimo, che resta più neutro.

Oltre la metà prevede infatti una sostanziale stabilità della congiuntura economica e del proprio settore, mentre il 29% prevede una involuzione della prima e il 22% una contrazione del secondo.

Sebbene poi a livello di singola azienda ci sia più ottimismo sui risultati a breve termine del proprio business, con il 47% che si aspetta una crescita, tuttavia c’è una cautela diffusa sugli investimenti: stabili per quasi uno su due, ridotti per il 15%, non ne farà il 10% e solo il 26% scommetterà su più investimenti. Anche sul fronte del numero di personale addetto, per il 59% rimarrà stabile, per il 13% diminuirà e per il 28% aumenterà.

Automotive, meccanica e chimico-farmaceutico i più in difficoltà

Se analizziamo i singoli settori, quelli più in difficoltà sono l’automotive, il chimico-farmaceutico e la meccanica/macchinari. Se la maggioranza degli intervistati prevede infatti una congiuntura economica stabile in Italia (56%), uno su due nell’automotive prevede invece una contrazione e così pure il 40% nel settore chimico/farmaceutico e nella meccanica/macchinari.

Il settore più promettente, con oltre il 40% fiducioso su uno sviluppo positivo è invece l’Ict, mentre nell’alimentare, nel bancario/finanziario e nell’edilizia prevarrà la stazionarietà dei mercati. Vi corrispondono le previsioni relative per il proprio settore, mentre c’è più fiducia nei risultati a breve termine della propria azienda.

Il 47% prevede infatti una crescita del proprio business, il 28% una stabilità e solo uno su quattro (25%) una involuzione. In particolare l’alimentare e il bancario/finanziario puntano sulla crescita e oltre la metà nell’elettronica e nei servizi.

Jörg Buck

«Le valutazioni espresse dalle nostre imprese sono dettate dalle dinamiche che stanno interessando l’economia italiana e tedesca: da un lato, gli effetti del rallentamento della Germania sulle aziende italiane lungo tutta la catena del valore, a riprova dell’interconnessione tra i nostri Paesi, dall’altro l’incertezza che caratterizza il contesto italiano a livello politico-economico. Anche a fronte di queste preoccupazioni, continuiamo a osservare ogni giorno due sistemi industriali resilienti e competitivi, sebbene gli effetti a lungo termine delle dinamiche in atto restino imprevedibili», commenta Jörg Buck, consigliere delegato di AHK Italien.

Meccatronici questi sconosciuti

Sebbene il quadro economico internazionale sia caratterizzato da crescenti incertezze, la domanda di lavoro delle imprese italiane continua a crescere su base tendenziale, come mostra il bollettino mensile del “Sistema informativo Excelsior”, realizzato da Unioncamere e Anpal.

Oltre 21mila contratti di lavoro programmati in più (+5,7%) a ottobre 2019 rispetto a ottobre 2018 e 100mila in più (+10,6%) nel trimestre in corso rispetto a un anno fa. Sono 391mila i contratti programmati nel mese di ottobre e saliranno a oltre un milione nel trimestre ottobre-dicembre.

Anche per l’ultimo trimestre dell’anno, a creare maggiori opportunità di lavoro sono stati, per l’industria, alcune filiere distintive del Made in Italy, con in testa la meccatronica (49.960 attivazioni nel trimestre ottobre-dicembre con una crescita tendenziale del 12,5%), seguite dalla metallurgia e fabbricazione (40.350 contratti con una crescita del 14,8%).

Tuttavia, resta alta la difficoltà di reperimento di profili professionali segnalata dalle imprese, che riguarda il 31,4% dei profili ricercati. Ad avere maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese dei servizi informatici e delle telecomunicazioni (52% dei profili ricercati è di difficile reperimento), le imprese della metallurgia e fabbricazione prodotti in metallo (47%), le imprese della meccatronica (45%), industrie del legno e del mobile (43%), industrie tessili, abbigliamento e calzature (38%).

Le imprese incontrano maggiori difficoltà a reperire laureati in ingegneria elettronica e dell’informazione (67,9%) e in ingegneria industriale (54%); difficili da reperire anche i laureati in chimica e farmacia (58,6%), nonché i laureati a indirizzo scientifico, matematico e fisico. Oltre ai laureati in discipline Stem, mancano anche quelli a indirizzo linguistico, traduttori e interpreti (53,9%).

ITS meccatronici in testa

A conferma di questa penuria di tecnici meccatronici ci sono anche i risultati dell’ultimo rapporto di Indire sull’andamento degli Its, gli istituti tecnico superiori che rappresentano la formazione terziaria in Italia su modello duale tedesco.

Si tratta di quei bienni specialistici post diploma dove formazione teorica e formazione sul campo presso le aziende si integrano tra loro in modo efficace fornendo competenze già spendibili sul mercato. In particolare, nell’ultimo rapporto l’area meccanica-meccatronica si conferma come quella con l’occupazione maggiore (92%), contro l’80% di media, che comunque è superiore alle percentuali di placement delle università e delle scuole tecniche italiane.

Certo sono sempre piccoli numeri, come rilevato anche dall’ultimo rapporto Ocse, ma è un segnale della forte domanda di questi profili che bene rispondono alle nuove caratteristiche dell’industria, digitale, connessa e integrata.