Fra i concetti importanti emersi nel corso della tavola rotonda di presentazione del libro La fabbrica digitale – Guida all’Industria 4.0 c’è l’idea che i processi produttivi debbano oggi cambiare perché radicalmente mutati sono anche i prodotti e le loro modalità di offerta. Alla clientela i costruttori non possono più limitarsi a proporre semplici manufatti, bensì autentiche esperienze o quanto meno pacchetti composti dal binomio prodotto-servizio. Questo è però soltanto uno degli aspetti centrali della quarta rivoluzione industriale verso la quale anche il made in Italy si sta avviando e che impone un ridisegno completo dell’organizzazione aziendale.

In un momento storico nel quale l’innovazione 4.0 è tema di gran voga, meglio sgombrare il campo dagli equivoci. Per la transizione al futuro non bastano gli appelli alla virtualizzazione né le corse al restyling del parco hardware-software agevolati dalle incentivazioni fiscali governative. È piuttosto necessaria la creazione di una filosofia inedita che tenga conto delle specificità del sistema industriale nazionale; e questo va di pari passo con l’edificazione e la trasmissione, a imprenditori e fornitori, di una adeguata cultura.

“C’è bisogno di un’opera come questa”, hanno detto gli autori Michele Rossi e Marco Lombardi, “perché nonostante l’Industria 4.0 o Fabbrica Digitale (espressione coniata da Rossi e riferita alle iniziative dedicate allestite a Mecspe, ndr) sia il tema del momento, la realtà è che mancava sinora una guida per affrontare il cambiamento. È mancata cioè l’indicazione di una via italiana al 4.0. Nel promuovere il piano di incentivi che ha preso il suo nome il ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda ha sottolineato opportunamente i punti di forza e le criticità del manifatturiero italiano. Esso ha caratteristiche molto diverse da quello di Paesi come Germania e Stati Uniti, per esempio e anche da qui è sorto il desiderio di proporre un manuale in grado di rendere le tecnologie portanti scalabili – e quindi accessibili – alle Pmi”.

Marco Lombardi, Laurea in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Milano, Redattore della rivista Macchine Utensili

E quale è dunque a Vostro avviso la via italiana alla quarta rivoluzione industriale?
“L’Italia possiede una propria cultura del prodotto ed è per certi versi un brand in sé e la via italiana prevede l’impossibilità di separare le tecnologie abilitanti dall’humus culturale specifico riguardo all’uso dei prodotti e dei processi. La scalabilità cui si è fatto cenno implica il tentativo di spiegare che la trasformazione cui le aziende italiane sono chiamate può e deve esser portata avanti passo dopo passo. E non può essere demandata alla sola information technology perché ogni funzione aziendale deve sentirsi parte del percorso. Per citare la riflessione del dirigente di un’importante realtà industriale nell’ambito machinery, si arriverà finalmente al punto in cui l’IT, la meccanica e l’elettronica riusciranno a parlarsi e a collaborare.”

Benché intuibili, quali sono le più evidenti differenze fra i modelli tedesco e italiano?
“Il riferimento alla Germania è inevitabile perché lì nasce il concetto dell’Industria 4.0 (Industrie vier punk null). Il contesto e il paradigma organizzativo sono diversi e diverso è il contorno della relazione fra Stato e impresa. In Germania il 4.0 si sovrappone a una pianificazione economica che è tipica dell’approccio locale ai temi del bilancio e dello sviluppo. Ed è proprio dall’organizzazione che il nostro Paese deve partire, giustapponendovi poi le tecnologie. Perché senza una gestione organizzativa efficiente anche queste ultime perderanno di efficacia. Tanto per cominciare, al momento di investire è bene tenere nella massima considerazione il rapporto fra i rischi e i benefici; e i ritorni dagli investimenti.”

Michele Rossi, Laurea in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Milano. Direttore Tecnico della rivista Macchine Utensili; Direttore Tecnico di MECSPE. Per Tecniche Nuove ha coordinato il Manuale delle macchine utensili

Andando per ordine, quali sono i temi centrali dei vari capitoli de La fabbrica digitale?
“Nel primo capitolo si parla dei cambiamenti che hanno segnato i mercati e le imprese industriali nei recenti decenni. La globalizzazione non è soltanto una questione geografica ma è un fenomeno capace di generare una maggiore e differente interazione fra i produttori e i clienti; e fra produzione manifatturiera e finanza. La finanza può sostenere l’industria e quest’ultima può trasformarsi, se ben gestita, in un asset appetibile e vantaggioso, tale da attirare capitali, sotto forma di venture capital ed equity. Fra le soluzioni abilitanti, abbiamo analizzato Cad-Cam e Plm, cloud e big data, Internet delle cose, wearable technologies, la realtà aumentata, la robotica, le interfacce HMI, senza dimenticare la cybersecurity. Sempre tenendo presente che la logica deve essere quella dell’integrazione fra software e hardware, non a caso si parla di sistemi cyberfisici.”

Qual è il punto di vista espresso nella guida a proposito dei rischi per le risorse umane?
“Anche questo è chiaramente un argomento scottante, viste le angosce causate dai paventati pericoli di deflazione tecnologica e quindi di una incrementata disoccupazione. Riteniamo invece che nell’Industria 4.0 il lavoro dell’uomo non sparisca ma cambi fisionomia. Il Charlie Chaplin di Tempi Moderni alle prese con operazioni di cui non capisce il senso, ripetitive e fisicamente faticose, non è figura che appartenga alla logica della Fabbrica Digitale, in cui serve una profonda consapevolezza dei processi. Sebbene siano le macchine a fornire i dati, all’uomo spetta il compito di interpretarli e gestirli vestendo spesso un camice bianco in luogo della tuta blu. Dal primato della forza fisica e dell’alienante concentrazione su azioni ripetitive, si deve passare al primato del dato e dell’intelligenza, delle capacità di analisi, di sintesi e decisionali.”

Uno scenario, questo, che per concretizzarsi ha bisogno di personale formato…
“Il problema non è l’automazione, ma la carenza di conoscenze, e ha a che fare con il ruolo assegnato alle persone all’interno delle fabbriche. Va ribadito il ruolo cruciale dell’uomo come deputato alla gestione dei dati nello scenario della fabbrica digitale. Va fatto passare il messaggio che gli strumenti info-tecnologici e di comunicazione possono dare vita a una flessibilità di segno positivo, che non coincide in alcun modo con la precarietà.”

Come avete cercato di introdurre il tema della scalabilità del 4.0 a favore delle Pmi?
“Il quarto capitolo tratta proprio dei primi passi fondamentali da intraprendere per trasformare un’azienda in una Fabbrica Digitale senza salti quantici. Il primo passaggio è una rigorosa analisi dei processi che prelude alla loro ridefinizione-riorganizzazione, identificando le aree di miglioramento misurabili e misurate alla luce di precisi indicatori di performance (Kpi). Questo consente di comprendere quali tecnologie abilitanti possano essere implementate per migliorare gli indicatori, in primo luogo, e l’attività delle aziende di conseguenza. Non da ultimo, la spiegazione di come tutto questo possa essere realizzato dalle imprese italiane è affidata ai casi applicativi in cui spicca la capacità innovative delle imprese che si sono già incamminate sulla strada della Fabbrica Digitale.”