La tecnologia distrugge il lavoro? A leggere i dati del Focus Censis/Confcooperative “4.0 la scelta di chi già lavora nel futuro” presentati a Roma sembra il contrario. La questione, semmai, è di cercare professionalità che non si trovano.

Le imprese 4.0 hanno creato 85mila posti di lavoro in cinque anni, ma sono 62mila i posti ancora vacanti: manca il personale specializzato.

La maggiore concentrazione di richieste, in termini assoluti, si osserva per le figura del developer, lo sviluppatore di applicazioni web, e dell’analista di sistemi informativi.

In termini di percentuale, in un anno, è però esplosa la richiesta di professionisti Business Analyst e Big Data, rispettivamente del 96% e del 90%.

Di fatto, la spinta all’innovazione ha aperto nuovi spazi di opportunità alle imprese, generando l’offerta di prodotti e servizi inediti e decretando la nascita di nuovi profili professionali e nuove competenze in grado di interpretare i potenziali (mai così ampi e inattesi) di sviluppo e di cambiamento.

I numeri della crescita

Il diverso ritmo del cambiamento impresso dal digitale rispetto al resto dell’economia appare evidente se si considera che le 111mila imprese digitali attive crescono fra il 2011 e il 2017 del 17,6%, passando dall’1,8% al 2,2% sul totale delle imprese attive italiane.

Inoltre, le imprese attive nel settore del commercio al dettaglio via Internet sono raddoppiate nell’arco di sei anni (+99,6%), passando da poco più di 8mila a quasi 17mila.

Nel giro di due anni accademici (2015-2016 e 2016-2017) il numero degli iscritti ai corsi di studio nell’area “digitale” all’interno della classe scientifica dei corsi delle nostre università è aumentato del 6,8% contro il 2,8% dell’intera area scientifica (la “ripresa” degli iscritti totali in tutte le università e classi di studio si è fermata allo 0,9%).

I laureati dei corsi di studio “digital” sono aumentati, nell’anno accademico 2015-2016, del 7,8% rispetto all’anno accademico precedente (37mila 540 laureati), contro il 2% del totale di ambito scientifico e l’1,1% di tutti i laureati nell’anno.

Il fatturato del mercato digitale è stimato in aumento del 2,3% nel 2017, contro l’1,5% del PIL; fra il 2017 e il 2019 è atteso un incremento del valore pari a 3,8 miliardi di euro.

Il valore degli acquisti on line dei consumatori italiani è cresciuto del 21,3% nel 2016; è stimato in crescita nel 2017 del 16,9%, contro l’1,5% dei consumi 2016 delle famiglie e la stima dell’1,4% dei consumi 2017.

Una nuova geografia del business

Tra il 2011 e il 2017 la crescita maggiore di imprese digitali si è avuta in Campania con un incremento del 26,3%, in Sicilia con il 25,3%, nel Lazio con il 25,1% e in Puglia, 24,2%.

Dati che confermano come i processi di sviluppo basati sul digitale trovano terreno fertile anche in aree spesso ai margini della dinamica economica e produttiva intesa in senso tradizionale.

Le regioni del Sud hanno registrato una crescita tripla rispetto al Piemonte. Staccate di 10 punti anche Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna

Il digitale, insomma, ha profondamente cambiato la rilevanza dei vantaggi competitivi dei territori e la configurazione dei fattori di crescita, abbattendo confini e rendite consolidate.