Selezioni a settembre, graduatorie a ottobre e poi, via, si parte. Con 50 nuovi corsi biennali sulle tecnologie che abilitano l’Industria 4.0 negli ITS (Istituti tecnici superiori) presenti in tutta Italia, le scuole di specializzazione post-diploma. Una goccia nel mare rispetto alla carenza di esperti di nuove tecnologie nelle imprese, ma pur sempre un inizio per la riduzione della carenza di competenze digitali.

Nuovi corsi, aumento del numero di studenti per classe, investimenti in laboratori che somigliano sempre più a fabbriche didattiche in miniatura. Il Piano Industria 4.0, con 65 milioni di euro destinati agli ITS nel prossimo triennio, sta dando un po’ di respiro a queste fondazioni di partecipazione pubblico-private, da 8 anni sul mercato della formazione professionalizzante con l’obiettivo di fornire “super tecnici” all’industria italiana.

Questi percorsi biennali post-diploma ad alto contenuto tecnologico sono la via italiana al sistema duale tedesco che, ormai da anni, integra sapere e saper fare, formando manodopera specializzata facilmente spendibile sul mercato del lavoro.

Il sistema duale, risposta ai bisogni di manodopera specializzata

In Italia siamo solo agli inizi, ma il sistema funziona. Questi super tecnici hanno una occupabilità dell’82% a sei mesi dal diploma contro il 70% delle università e il 58% degli istituti tecnici. Tra le 10 figure con il tasso di occupazione più alto, metà fa parte delle Nuove tecnologie per il Made in Italy: al primo posto il tecnico superiore per le architetture e le infrastrutture per i sistemi di comunicazione (94,74% di occupabilità), al secondo il tecnico superiore per l’automazione e i sistemi meccatronici (93,47%) e al terzo quello per l’approvvigionamento energetico e la costruzione di impianti (93,33%).

«La carenza di profili tecnici sta aumentando con la richiesta di competenze digitali specifiche, che non si trovano», ha spiegato nel nostro focus sugli ITS (fascicolo cartaceo Industrie 4.0 n. 3/settembre 2018) Alessandro Mele, coordinatore della Cabina di regia delle Fondazioni ITS presso il Miur e presidente dell’Associazione Rete Fondazioni ITS Italia.

«Tra l’altro il tecnico farà sempre meno lavori manuali e ripetitivi, assolti invece dalle macchine automatiche, e sempre più si occuperà di supervisione, programmazione e manutenzione. Inoltre, lavorerà in gruppi multidisciplinari perché ormai il lavoro è integrato e quindi dovrà possedere anche soft skill relazionali. L’ITS è la risposta a questa carenza di competenze», ha detto Mele.

Insomma, i diplomati ITS vanno a ruba e la ricetta è semplice: collaborazione alla pari tra scuola e impresa, co-progettazione con programmi flessibili in base ai fabbisogni aziendali che cambiano con l’evoluzione stessa delle tecnologie, didattica condivisa e distribuita tra figure accademiche e formatori aziendali e buona parte dell’apprendimento in laboratorio e in azienda, su progetti reali commissionati dalle aziende partner.

Oltre alla flessibilità del sistema stesso, è in corso una revisione da parte del Miur dei profili previsti dagli ITS per avvicinarli sempre più ai ruoli e alle competenze che serviranno all’industria nei prossimi anni. Oggi le fondazioni sono 95, con 429 percorsi attivi e 10.447 iscritti, cui si aggiungono con il nuovo anno scolastico le 50 classi orientate in modo specifico all’Industria 4.0.

Per saperne di più leggi il Focus di Industrie 4.0 di settembre (n. 3/2018)