L’Osservatorio nazionale sulle reti d’impresa presenta la prima indagine sullo stato dell’arte delle imprese in rete, a dieci anni dalla legge sul contratto di rete, che è una una forma di aggregazione con obiettivi d’innovazione e di business, lasciando autonomia alle singole realtà aziendali.

Prima si chiamavano distretti e, a un certo punto, si pensava scomparissero con la globalizzazione e la delocalizzazione di produzione e servizi. Oggi, invece, sono più in auge che mai in forma di aggregazione di imprese, di filiera soprattutto. Piccole e medie imprese dello stesso settore o della stessa catena del valore che uniscono le forze per innovare, sviluppare prodotti, partecipare a bandi, condividere processi e servizi, mettere a sistema conoscenze ed esperienze e creare valore aggiunto.

Sono modelli allargati d’impresa, vitali per il nostro tessuto fatto di pmi, dove “il piccolo” ha avuto i suoi vantaggi di flessibilità e adattamento alle esigenze dei clienti negli ultimi anni. Ma è lo stesso “piccolo” che sconta mancanza di risorse e di massa critica, quando queste servono per la ricerca applicata, l’innovazione e la competizione sui mercati.

Così aggregazioni di imprese, consorzi, reti, partenariati temporanei vengono per esempio incoraggiati e premiati nei bandi pubblici emessi negli ultimi mesi dai competence center, proprio per diffondere capillarmente sul territorio la trasformazione digitale e moltiplicare gli attori coinvolti.

Più in generale, i cosiddetti “ecosistemi digitali” che dovrebbero favorire e accelerare l’innovazione del Paese hanno spesso al loro interno consorzi di imprese, magari trainate da una più grande che, insieme a centri di ricerca, sviluppano nuove soluzioni, materiali e prodotti da portare sul mercato. E ora la prima indagine nazionale sullo stato dell’arte dei contratti di rete regolamentati dalla legge da dieci anni.

L’Osservatorio nazionale sulle Reti d’impresa, nato nel 2018 da InfoCamere, RetImpresa e Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari, ha infatti svolto la prima indagine sullo stato delle reti d’impresa in Italia, una particolare modalità di aggregazione regolata dalla legge a partire dal 2009 (n. 33/2009), come una delle risposte alla crisi economica che travolse la nostra economia. Il contratto di rete formalizza una collaborazione inter-organizzativa, che lascia al contempo autonomia ai singoli aderenti, con l’obiettivo di sviluppare sinergie e complementarietà tra partner aziendali.

Secondo i dati di InfoCamere, i contratti di rete sono a oggi 5.863 e coinvolgono 34.766 imprese su tutto il territorio nazionale (dati dicembre 2019), evidenziando una crescita costante nel tempo. La tipologia di rete maggiormente diffusa è quella verticale (60%), che dà vita ad accordi tra imprese all’interno della stessa filiera produttiva o nella medesima catena del valore. Prevalgono le reti partecipate da 2 a 5 imprese che operano nella filiera agroalimentare (14%), delle costruzioni (12%) e della meccanica (11%).

Obiettivi delle aziende in rete: fare innovazione, ottimizzare le risorse e aumentare il vantaggio competitivo

Il campione di imprese in rete (327) sottoposte all’indagine dell’Osservatorio ha evidenziato che il principale motore di aggregazione è l’innovazione (16%), confermando l’efficacia degli investimenti in ricerca e sviluppo. Si fa rete anche per aumentare il potere contrattuale nei confronti degli stakeholder (14%), per partecipare a bandi di gara e appalti (11%), attivare strategie di marketing (10%), condividere acquisti, forniture e tecnologie (9%) e potenziare il brand di rete (7%).

Anna Moretti

«Con questa prima indagine abbiamo potuto approfondire alcuni temi fondamentali per iniziare a misurare l’efficacia dello strumento, e in particolare descrivere come l’organizzazione e il management delle reti impattino sulla loro performance», spiega Anna Moretti, docente del Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia e coordinatrice scientifica dell’Osservatorio.

«I dati raccolti permettono di ottenere importanti informazioni a valore aggiunto rispetto alla mera anagrafica delle imprese, step fondamentale per delineare le future strategie aziendali e di policy».

Nella maggior parte dei casi, l’aggregazione formale sancisce una rete di relazioni già esistenti, soprattutto tra attori della stessa filiera che possono mettere a fattor comune competenze, tecnologie e conoscenze, oltre a trarre vantaggio dalla maggiore massa critica.

Si privilegiano confini chiusi e una compagine stabile che cementi rapporti fiduciari e rinforzi la condivisione di conoscenza, valori e obiettivi. In genere sono un paio di imprese capofila a sollecitare e guidare la formazione della rete, o ancora un professionista come il commercialista o l’avvocato, mentre associazioni di categoria e pubblica amministrazione giocano ancora un ruolo marginale nella formazione delle reti. E ancora meno diffuso è il contratto di rete tra competitor, anche se si inizia a parlare del valore della collaborazione anche tra concorrenti.

Dal lato del modello organizzativo adottato, le reti combinano modelli decisionali di natura gerarchica, come la nomina di un presidente, a soluzioni di natura democratica come l’assemblea dei partecipanti. Il ricorso al manager di rete (compreso l’Innovation manager previsto dal voucher), che potrebbe rafforzare il coordinamento tra imprese e la loro efficacia, è invece ancora poco diffuso, soprattutto nelle reti piccole.

Le reti che funzionano meglio

 Dall’indagine risulta che le reti più performanti, per efficacia nel raggiungimento degli obiettivi, per forza competitiva e organizzativa (coesione) e per risultati economici, siano quelle dotate di un sistema di monitoraggio e di condivisione delle conoscenze, effetto amplificato dall’esistenza di regole chiare per l’entrata e uscita dei membri e per la ripartizione dei benefici. Quando questi elementi sono presenti è più facile che la rete aumenti la forza competitiva dei propri membri, con risultati anche di tipo economico, dall’aumento della quota di mercato della rete, alla crescita delle vendite e dei profitti.

Anna Cabigiosu

«Per la prima volta possiamo comprendere quali reti sono più efficaci in base alla loro struttura, ai meccanismi di governance e di coordinamento», commenta Anna Cabigiosu, docente del Dipartimento di Management, anche lei coordinatrice scientifica dell’Osservatorio. «I risultati ottenuti suggeriscono che reti performanti richiedono specifiche competenze volte a favorire meccanismi di scambio della conoscenza e di monitoraggio dei risultati».

All’aumentare del numero di imprese aderenti alla rete, per esempio, il monitoraggio è una pratica organizzativa necessaria per sostenere la performance delle attività collettive, richiamando la rilevanza del controllo per contrastare comportamenti opportunistici e come occasione di apprendimento.

Interessanti anche i risultati quantitativi resi noti dalle reti d’impresa nella regione Veneto: il 61% dichiara che la rete ha raggiunto i propri obiettivi e il 53% che è profittevole. Inoltre il 63% è molto soddisfatto della forza delle relazioni tra i membri. Ed entrando più nello specifico, il 62% conferma che la rete ha aumentato la forza competitiva dei propri membri e circa il 40% afferma di cogliere risultati di tipo economico.

Innovazione, marketing e rapporto con le banche

I risultati confermano la rilevanza della condivisione di conoscenze e del monitoraggio anche ai fini dell’innovazione. La presenza di strutture organizzative congiunte, come un organo comune o una task force, hanno infatti un impatto positivo sulla capacità innovativa della rete: rapporti informali, flessibili, strutture organizzative congiunte e relazioni sociali con scambio di informazioni sono particolarmente adatti a sostenere progetti di innovazione. Efficaci anche gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Per quanto riguarda la capacità della rete di migliorare il rapporto con le banche e l’accesso al credito, i dati mostrano che solo il 12,2% delle reti intervistate ha registrato un miglioramento. Tuttavia, tutte le reti formatesi con l’obiettivo di migliorare l’accesso al credito (maggiore disponibilità, applicazione di condizioni economiche più convenienti e miglioramento del rating) si sono dimostrate efficaci.

Infine, circa il 75% delle reti hanno dichiarato almeno un obiettivo di marketing e più di un terzo ha dichiarato di dare visibilità esterna alla rete, dando un peso rilevante ai mezzi di comunicazione digitale la cui (scarsa) frequenza di utilizzo sul mercato suggerisce nondimeno una mancanza di visione strategica nell’uso di questi strumenti e un ritardo nella comprensione della loro funzione, tipico della situazione delle pmi italiane.

«Il rapporto dell’Osservatorio», conclude Fabrizio Landi, presidente di ReImpresa, «ci suggerisce di puntare su modelli di rete di qualità, valorizzando il piano organizzativo e della governance, e di sviluppare una vera e propria strategia nazionale per le aggregazioni, che inserisca stabilmente il contratto di rete tra gli strumenti da promuovere nelle scelte di programmazione economica a livello europeo, nazionale e regionale.»