Più orientamento e più occasioni di entrare in contatto con il mondo del lavoro e delle materie Stem sembrano ancora la via maestra, non perseguita abbastanza, per invogliare gli studenti italiani, maschi e femmine, a scegliere l’informatica come percorso di studi che, a conti fatti, oggi offre più chance professionali di altri percorsi umanistici e generalisti.

Alla fine sono l’orientamento, le azioni di avvicinamento della scuola all’impresa – con l’alternanza, le visite aziendali, gli stage e, perché no, le gare di matematica – e qualche role model in più gli strumenti che potrebbero aiutare ad abbattere quella ingiustificata soggezione-avversione per le materie informatiche. Una distanza alimentata tra l’altro da pregiudizi duri a morire, soprattutto per le donne, benché si tratti delle skill tecniche più richieste dal mercato ma rispetto a cui, tuttavia, continua ad approfondirsi il mismatch tra domanda e offerta.

Eppure oggi, oltre un giovane su tre under 35 dichiara che avrebbe scelto di studiare l’informatica, o quantomeno l’avrebbe presa in considerazione, se a scuola l’avessero informato sui suoi possibili sbocchi lavorativi. Perché in fondo, non la considerano neanche così noiosa, ma è che non ne hanno proprio sentito parlare al momento giusto.

Solo il 34,4% degli uomini e il 30,9% delle donne, infatti, vede l’informatica come noiosa, e anzi la maggior parte la consiglierebbe perché offre molte opportunità lavorative (76% delle donne e 72% degli uomini). Rende più facile trovare lavoro anche all’estero (71% degli uomini e 65% delle donne), aiuta l’accesso a ruoli richiesti e meglio retribuiti (68% degli uomini e 66% delle donne) e in modo più rapido (67% degli uomini e 63% delle donne). Tuttavia, è una riflessione fatta a posteriori.

È quanto emerge dalla ricerca condotta dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, svolta da Ipsos su 2.000 giovani rappresentativi tra i 18 e 35 anni e promossa da Spindox, società di consulenza informatica e dalla testata giornalistica online Repubblica degli stagisti che, da dieci anni, fa informazione e cultura sullo sviluppo professionale dei giovani e premia le aziende più virtuose sul fronte delle risorse umane, tra cui Spindox.

Eleonora Voltolina, Milano, Repubblica degli stagisti © Cristian Castelnuovo

«L’obiettivo della nostra ricerca è fornire informazioni utili agli indecisi, offrendo loro una motivazione in più nella scelta delle materie ICT e, alle ragazze, un motivo in più per superare lo stereotipo di genere secondo cui l’informatica sarebbe “una roba da maschi”», spiega Eleonora Voltolina, direttore responsabile Repubblica degli Stagisti.

Di fatto, l’informatica entra ancora poco nella scuola italiana, non solo come materia di studio, ma anche come ambito professionale su cui far convergere orientamento e preferenze di carriera. Oltre una su due le ragazze e il 43% dei ragazzi dichiarano infatti di non aver avuto alcuna occasione di conoscere l’informatica a scuola. In particolare, alla domanda “Un docente ci ha spiegato dettagliatamente le prospettive occupazionali del settore dell’informatica e dell’ICT”, ha risposto positivamente il 27% dei maschi e solo il 20% delle femmine.

Così pure la risposta a “È stata organizzata una visita di noi studenti per vedere da dentro un’azienda del settore dell’informatica e dell’ ICT?” è stata positiva per il 23% dei primi e solo per il 15% delle seconde, mentre alla domanda «Sono venuti professionisti del settore a fare lezione e/o a partecipare a eventi scolastici”, hanno detto sì rispettivamente il 26% e il 18%. E ancora “Ho avuto occasione di fare un tirocinio (alternanza scuola-lavoro) in un’azienda del settore ICT”, l’hanno fatto il 22,9% dei maschi e il 13% delle femmine e “Ho seguito corsi di orientamento che hanno raccontato, tra le altre, anche le professioni informatiche”, sì per il 31% dei primi e il 22,9% delle seconde. Infine: “Ho avuto modo di incontrare persone che lavoravano in questi settori”, sì il 33% versus il 22,8%.

Ponte scuola-impresa sul digitale: assente

La bassa percentuale di risposte positive ci fornisce almeno tre evidenze. La prima è che lo scambio scuola – impresa è ancora insufficiente, quantomeno nelle materie informatiche che sono alla base di molte delle nuove professioni, dal programmatore di soluzioni digitali, al data scientist al social media manager.

La seconda è che il genere femminile dichiara sistematicamente di aver avuto meno occasioni di entrare in contatto con il mondo dell’ICT a scuola, in parte dovuto al fatto che le stesse scuole tecniche sono più frequentate dai ragazzi.

Terza evidenza, l’informatica che dovrebbe diventare un linguaggio diffuso, di base alle competenze digitali, anche per chi abbia una formazione umanistica e che svolgerà ruoli più creativi, trasversali, di coordinamento e di gestione, tuttavia continua a non essere distribuita equamente nella scuola secondaria, con una polarizzazione tra licei e istituti tecnici. Questo crea uno svantaggio competitivo per chi resta a digiuno di informatica e non aiuta a superare il mismatch tra domanda e offerta, sia di profili specialistici per il settore dell’ICT, sia come competenza diffusa negli altri settori come alfabetizzazione digitale.

Paola Costa, Milano, Repubblica degli stagisti © Cristian Castelnuovo

«Fin dalla scuola primaria si equivoca sul paradigma digitale, pensando basti riempire le classi di tablet e far usare power point ed excell per insegnare l’informatica, trascurando del tutto il linguaggio sottostante, il concetto di algoritmo, di coding, di analisi dei dati. In pratica, ciò che significa e produce il paradigma stesso: la trasformazione dell’esperienza, di funzioni, servizi e prodotti in codici numerici e quindi in informazioni misurabili, scambiabili, interpretabili e portatori di decisioni», commenta Paolo Costa, fondatore e direttore marketing e comunicazione di Spindox, società che crede moltissimo in una formazione a tutto tondo umanistica e digitale.

«La cultura umanistica fornisce le meta-competenze per disimparare e imparare di continuo cose nuove, per passare da un linguaggio all’altro e da una conoscenza all’altra, dando senso e aprendo a nuove possibilità e strategie», precisa Costa.

La sfida di umanesimo e digitale

Eppure, questa distanza culturale con il linguaggio informatico sembra approfondirsi proprio con le laureate donne, che per oltre il 21% adducono al non essere attrattiva, anzi noiosa, il fatto di non averla scelta come filone di studi, contro una media femminile complessiva del 13%.

Potrebbero essere giovani donne che hanno scelto di laurearsi in materie non Stem e che abbiano consolidato una bassa familiarità, se non avversione, verso queste materie, compresa l’informatica. Questo evidenzierebbe la necessità non solo di potenziare lo studio e la contaminazione con queste materie durante la scuola secondaria superiore, ma anche di prevedere occasioni di scambio e conoscenza anche all’università.

Alessandro Rosina, Milano, Repubblica degli stagisti © Cristian Castelnuovo

Oggi sono infatti proprio i profili ibridi, che abbinano cultura umanistica e competenze tecniche, quelli considerati più promettenti nelle trasformazioni in atto del mondo del lavoro, che richiedono sempre più capacità di problem solving, di apprendimento continuo, di creatività, agilità mentale, flessibilità e visione d’insieme.

«È una occasione persa quella di non incoraggiare lo studio dell’informatica tra le donne, perché la combinazione tra le loro competenze sociali e trasversali e quelle tecnico-digitali favorirebbe la formazione di figure ibride con sensibilità nuove, molto utili ai nuovi mestieri», commenta Alessandro Rosina, docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano e responsabile scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.

I pregiudizi più frequenti: non essere portati, non avere le basi e, per le donne, non essere un lavoro adatto

Le principali ragioni per non aver scelto studi nel settore IT sono il non sentirsi portati per l’informatica (indifferentemente per uomini e donne), mentre al secondo posto per i primi c’è la mancanza di basi adeguate, che per le seconde diventa il non avere conosciuto persone che avessero studiato o lavorassero nell’ambito, e quindi non avere idee precise sull’argomento. Torna quindi prepotente l’esigenza di favorire la conoscenza e l’acquisizione di familiarità con la materia, che potrebbe aiutare anche a sradicare pregiudizi di genere, che non aiutano a superare il gap tra domanda e offerta di profili adatti alle nuove professioni.

Se guardiamo ai principali pregiudizi di genere, alimentati dalle donne stesse, dalla ricerca emerge che il 53,3% di loro ritiene che le femmine siano portate almeno quanto i maschi a studiare l’informatica, mentre la convinzione dei maschi sulla pari attitudine scende al 37,1%. Resta comunque oltre un quinto di giovani donne che si dichiara d’accordo con l’affermazione “Le ragazze sono meno portate dei ragazzi a studiare informatica, è un dato di fatto”.

Rispetto all’affermazione ancora più forte che non solo le donne abbiano una minore predisposizione, ma che proprio non siano adatte alla professione informatica, c’è un divario di ben venti punti tra chi rigetta questa affermazione stereotipata: il 61,2% delle intervistate – contro soltanto il 41,8% degli intervistati maschi.

Più in dettaglio, sull’affermazione “È normale che ci siano mestieri più “da maschi” e mestieri più “da femmine”, e l’informatica è un mestiere da maschi”, non è per nulla d’accordo il 54,9% delle donne. Ma una su cinque (20%), invece, ancora pensa che ci siano mestieri più adatti ai maschi, e che quella dell’informatico rientri tra questi. Lo stereotipo di genere è dunque bisex.

La motivazione prevalente del non sentirsi portate per l’informatica è il non sentirsi all’altezza, proprio perché scoraggiate da chi dice che non è un mestiere per loro. Oltre una ragazza su tre percepisce, quindi, una resistenza culturale che pesa non solo sulle scelte delle donne, ma anche sulla percezione di se stesse e delle proprie capacità.