Il digitale come bene comune primario abilitante tutti gli altri, ossia un linguaggio comune per creare crescita e innovazione. Questa la sfida lanciata da EY nella due giorni dell’EY Capri Digital Summit, giunto alla tredicesima edizione. Nuovi modelli di business che creino crescita per il Paese, puntando su innovazione, reti fisse e mobili, 5G, Cloud e dati.

Con la reale convergenza di interessi di persone, aziende e istituzioni il digitale potrebbe diventare il bene comune primario, abilitante gli altri beni primari come la salute, l’educazione e la cittadinanza stessa e un nuovo capitale culturale del Paese. Questo il sogno, la speranza, la direzione da prendere.

Secondo le analisi della società di consulenza e revisione EY occorre indirizzare gli investimenti su modelli di business in grado di esprimere un potenziale di crescita economica e di innovazione. Si stima che solo quelli legati alla data economy potrebbero valere per l’Italia almeno il 2,8% del PIL, pari a 50 miliardi di euro.

Tuttavia, sebbene in Europa si producano circa 1 Zettabyte di dati all’anno e l’Italia da sola ne produca circa il 20%, il Paese sfrutterebbe solo il 10% di questo potenziale. Con le opportunità offerte dal Recovery Plan è prioritario saper utilizzare reti fisse e mobili, 5G, cloud e dati per realizzare modelli integrati a vocazione industriale e di filiera che abilitino nuove soluzioni di business.

Uno studio realizzato in collaborazione con ICT Consulting evidenzia come oggi sia prioritario intervenire su pmi (meno del 30% sfrutta, per esempio, soluzioni in cloud), PA (ad esempio, per collegare 130.000 sedi con reti VHCN), scuole e ospedali (con soluzioni di prossimità IoT e 5G), ma anche sulle grandi aziende per stimolare in maniera diversa la domanda di servizi digitali di cittadini e clienti.

Eppure, il Digital Economy and Society Index pone ancora l’Italia al 25° posto su 28 Stati membri, imputandole una serie di ritardi. In particolare:

  1. l’assenza di una chiara roadmap digitale;
  2. scarsi progressi sull’utilizzo dei servizi internet;
  3. scarsa penetrazione dei servizi eGovernment;
  4. bassissimo livello di diffusione della conoscenza digitale.
Donato Ferri

«Lo scoppio della pandemia ha reso evidente che tali gap costituiscono per l’Italia, prima ancora che un vulnus economico, un tema di inclusione sociale. Secondo la Fondazione Agnelli, le difficoltà di connessione hanno generato una perdita di apprendimento per gli anni futuri che potrebbe valere fino a 10% del PIL. Inoltre, sebbene l’adozione tecnologica sia stata rapida in fase di emergenza, è necessario sanare il gap culturale per gestirla efficacemente. Dal nostro osservatorio sul lavoro del futuro è emerso che la metà dei lavoratori in smart working si sente esausto e poco supportato da manager e aziende in termini di formazione, benessere e motivazione. È pertanto prioritario fare investimenti mirati, sfruttando anche le opportunità offerte dal Recovery Fund, per accelerare l’evoluzione e l’estensione delle infrastrutture digitali, che consentirebbero di recuperare competitività a livello europeo e superare il digital divide e per accrescere la cultura tecnologica di imprese e cittadini», spiega Donato Ferri, Med Consulting and People Advisory Services Leader di EY.

Che alla base ci sia un problema di cultura, mentalità, scarso approccio digitale e di mismatch tra domanda e offerta di competenze digitali sia tecniche che manageriali è stato confermato dagli interventi dei numerosi ospiti all’EY Capri Digital Summit dell’8-9 ottobre scorso ed è stato ribadito da Gian Mario Verona, rettore dell’Università Bocconi di Milano: «L’università oggi deve essere ancora più flessibile e interdisciplinare. La formazione post università è altrettanto fondamentale per diffondere la leadership dentro le aziende. La vera sfida è infatti culturale, dobbiamo superare l’idea che il mondo debba tornare quello di prima, proiettandoci invece in un futuro dove l’integrazione tra persone e tecnologia dovrà valorizzare al meglio la forza degli esseri umani».

Sulla necessità di lavorare sulle competenze torna sempre anche Silvia Candiani, Ceo di Microsoft Italia: «A mio avviso, sono tre le linee guida per un piano digitale: l’aiuto alle aziende private per accelerare la trasformazione, il focus sulla PA con investimenti per modernizzare infrastruttura e processi e il tema delle competenze».

Lo conferma anche Enrico Cereda, General Manager di Ibm Italia, che i debbano combinare innovazione tecnologica e formazione: «Un piano digitale per il nostro Paese deve basarsi due tre fattori: rafforzamento del sistema produttivo, trasformazione energetica e la grande opportunità della trasformazione digitale come innovazione tecnologica e formazione».

Lo ribadisce Luigi Gubitosi, ad Tim: «Sono cinque le aree prioritarie per l’accelerazione del digitale: banda larga, accelerazione del 5G, Cloud datacenter, Blockchain e competenze sulle digital skill. Il digitale deve occupare tutti i settori, dalla sanità alla giustizia». Con una raccomandazione a fare sistema, collaborare ed elaborare piattaforme digitali per arrivare fino alle pmi da Mirella Cerutti, Managing Director di Sas Italia.