Nell’annus horribilis, il digitale ha permesso a molti di continuare a lavorare, pur con tutti i pro e contro della novità, della rapidità di adozione e di una gestione più o meno buona. Ora, però, nei supporti automatici e di intelligenza artificiale molti lavoratori iniziano a vedere un alleato, estendendo la fiducia anche all’aiuto psicologico che potrebbero dare per imparzialità e velocità. E crescono gli investimenti nelle nuove tecnologie. Le evidenze emerse nelle ultime ricerche di Oracle e Ibm 

Pandemia, Lockdown e rapido cambio di abitudini nel modo di lavorare hanno creato un surplus di ansia e stress nei luoghi di lavoro, che per lo più sono stati trasferiti a casa su piattaforme digitali. Non sono mancati casi di burn-out per sovraccarico di lavoro, se non ben organizzato e gestito da un lato, né casi di depressione per senso di isolamento e abbandono dall’altro.

L’adozione massiccia del remote working in condizioni non ideali, infatti, senza preparazione né gradualità, senza un chiaro equilibrio tra tempi di cura di intere famiglie in casa e tempi di lavoro con le scadenze da rispettare e, spesso, senza un dialogo fluido o tempestivo con capi e colleghi, ha portato a un incremento di malessere psicologico con effetti sulla produttività e sulla vita privata stessa. Lo sostiene la nuova ricerca di Oracle e Workplace Intelligence “AI@Work 2020”, che ha coinvolto oltre 12.000 persone tra dipendenti, manager, direttori delle risorse umane e  alti dirigenti in 11 Paesi del mondo, compresa l’Italia.

L’84% dei lavoratori nel mondo e il 76% in Italia hanno dichiarato di aver affrontato delle difficoltà nel lavoro da remoto, come la mancata distinzione tra vita personale e lavorativa (41%), problemi di salute mentale come stress e ansia (33%) che, per il 42% del campione, hanno fatto precipitare la produttività personale e, per il 40%, hanno fatto prendere decisioni meno efficaci e ponderate.

Inoltre, l’85%  a livello mondiale e il 78% degli italiani affermano che questi problemi hanno avuto ripercussioni anche sulla vita privata con privazione del sonno (40%), cattiva salute fisica (35%), riduzione della serenità domestica (33%), sofferenza nei rapporti familiari (30%) e isolamento dagli amici (28%). 

Più in generale, il 70% delle persone ha sentito più stress e ansia sul lavoro quest’anno rispetto al passato, con un impatto negativo sul benessere psicologico per il 78% della forza lavoro globale: registrato più stress (38%), mancanza di equilibrio tra lavoro e vita privata (35%), burn-out (25%), depressione da assenza di socializzazione (25%) e solitudine (14%).

Le nuove pressioni, infatti, si sono sovrapposte ai fattori di stress abituali legati al lavoro, tra cui la pressione per raggiungere i risultati (42%), la gestione di attività noiose e/o di routine (41%) e il fatto di dover affrontare carichi di lavoro percepiti come ingestibili (41%). Anche i lavoratori italiani hanno dichiarato livelli di stress e ansia  molto superiori – anche se in misura leggermente minore rispetto al risultato globale della ricerca. Il 62% ha infatti dichiarato che questo è stato l’anno più stressante di sempre e il 65% dichiara di aver vissuto un impatto negativo sul proprio benessere psicologico.

Intelligenza artificiale: un’alleata sul lavoro 

In questo caos e accumulo di carichi di lavoro sotto stress, il 75% del campione afferma che l’Intelligenza Artificiale (AI), come strumento di lavoro, ha dato un contributo positivo al benessere psicologico: maggiore disponibilità di informazioni in poco tempo per svolgere il lavoro in modo più efficiente (31%), automazione di alcune attività e conseguente riduzione del carico di lavoro, prevenendo il burn-out (27%) e riduzione dello stress grazie al supporto nel dare le giuste priorità alle varie attività da svolgere (27%) e abbreviando la settimana lavorativa.

Oltre la metà afferma che l’AI aumenta la produttività dei dipendenti (63%), migliora la soddisfazione sul lavoro (54%) e il benessere generale (52%). E nonostante alcuni svantaggi percepiti nel lavoro a distanza, il 62% delle persone trova oggi il lavoro da remoto più interessante rispetto a prima della pandemia, perché ha avuto più tempo da trascorrere con la famiglia (51%), per riposare (31%) e per portare a termine i propri compiti (30%). Questo giudizio tutto sommato positivo accomuna anche i lavoratori italiani, che nel 59% dei casi hanno dichiarato di trovare ora più interessante di prima l’opzione del remote working.

Intelligenza artificiale: anche un supporto psicologico?

Ma ora i lavoratori sembrano volere di più dalla tecnologia: non solo strumenti di collaborazione efficaci per lavorare, ma anche sostegno al benessere mentale.

Solo il 18% degli interpellati nella ricerca di Oracle, infatti, preferirebbe aprire un discorso sul proprio benessere/malessere psico-fisico con una persona, invece che con un robot o un chatbot basato su intelligenza artificiale. La stragrande maggioranza pensa infatti che un’intelligenza artificiale possa creare una “free zone”, una zona priva di giudizio (34%), in pratica che possa essere un interlocutore imparziale (30%) in grado di fornire risposte rapide su domande specifiche (29%).

In particolare, il 68% a livello globale e il 57% degli italiani preferirebbe parlare con un robot piuttosto che con il proprio manager dello stress e dell’ansia sul lavoro e l’80% delle persone (71% in Italia) è aperta all’idea di utilizzarlo come consulente o terapeuta. Fallimento della leadership aziendale o semplicemente scarsa fiducia negli specialisti, per cui meglio un bot? La risposta è aperta, ma certo sembra che i sistemi intelligenti recuperino terreno, anche se serve prudenza sulla loro presunta neutralità perché gli algoritmi sono comunque costruiti da persone con bias cognitivi. 

Ad ogni modo, il 76% del campione globale e il 66% degli italiani ritiene che la propria azienda dovrebbe fare di più per proteggere il benessere mentale della propria forza lavoro. Per uno su due le proprie aziende hanno aggiunto servizi di supporto psicologico o a vario titolo durante la pandemia. L’83% (il 75% in Italia) vorrebbe che la propria azienda fornisse tecnologia per supportare il benessere psicofisico e la salute, per esempio servizi di accesso self-service alle risorse sanitarie (36%), servizi di consulenza su richiesta (35%), strumenti proattivi di monitoraggio della salute (35%), app per il benessere o la meditazione (35%) e chatbot per rispondere velocemente a domande sulla salute (28%).

Emily He

«Con la pandemia globale la salute mentale è diventata non solo una questione sociale più ampia, ma una delle principali sfide sul posto di lavoro per l’impatto profondo sulle prestazioni individuali, sull’efficacia del team e sulla produttività organizzativa. Si può fare molto per supportarla anche con l’AI», commenta Emily He, vicepresidente senior Oracle Cloud HCM. «Ma, prima di tutto, le organizzazioni devono mettere il benessere mentale delle persone tra le proprie priorità. Se riusciamo a far partire una riflessione aperta e costruttiva sull’argomento, sia a livello di risorse umane sia a livello dirigenziale, possiamo attivare un cambiamento. Ed è giunto il momento di farlo».

Ibm: supporto tecnologico e psicologico durante la pandemia?

La ricerca di Ibm Institute for Business Value  “Covid-19 and the Future of Business” mette a confronto le opinioni di capi e dipendenti sul supporto delle aziende al nuovo modo di lavorare da remoto su piattaforma digitale e sul relativo sostegno psicologico al repentino cambiamento.

Il gap purtroppo è molto rilevante tra le due diverse percezioni (management e collaboratori) e dà da pensare sul livello di disagio dei lavoratori alle prese con cambiamenti così epocali e, al tempo stesso, sui ritardi e disagi delle stesse governance aziendali. 

A livello globale, infatti, il 74% degli oltre 3.800 executive di 20 Paesi e 22 settori intervistati ritiene di aver aiutato i propri dipendenti ad apprendere le competenze necessarie per lavorare in un modo nuovo, mentre solo il 38% dei dipendenti è d’accordo. Inoltre, l’80% dichiara di sostenere la salute fisica ed emotiva della propria forza lavoro, mentre solo il 46% dei dipendenti ritiene di aver ricevuto tale supporto. A livello italiano, il 71% è convinto di aver dato gli strumenti necessari, a livello formativo, per lavorare in modo nuovo e l’82% afferma di contribuire alla loro salute psico-fisica. Peccato non sia disponibile il dato sul punto di vista dei dipendenti in Italia (ndr). 

«La pandemia ha contributo ad abbattere molte delle barriere esistenti nel processo di digital transformation e i dirigenti sempre più spesso si affidano alla tecnologia per indirizzare le attività più strategiche», commenta Mark Foster, senior vice president di IBM Services, «Tuttavia, guardando al futuro, i manager dovranno raddoppiare l’attenzione verso le persone, i flussi di lavoro e l’infrastruttura tecnologica. Non possiamo sottovalutare il potere di una leadership empatica nel guidare i dipendenti contribuendo, in un contesto di continua disruption, a promuovere fiducia, efficacia e benessere.» 

Oltre 6 organizzazioni su 10 hanno infatti accelerato il processo di trasformazione digitale durante la pandemia, superando barriere tradizionali come l’immaturità tecnologica e l’opposizione dei dipendenti al cambiamento.

Di fatto, i manager hanno puntato e punteranno sempre più sulle nuove tecnologie per gestire lo scenario presente e futuro: fluttuazioni della domanda, sostegno dei dipendenti nel lavoro a distanza e riduzione dei costi.

Lo studio rivela anche che la maggior parte sta modificando in modo definitivo la propria strategia organizzativa: il 94% degli executive prevede di adottare modelli di business platform-based entro il 2022, punta sugli ecosistemi e le reti di partner e la tecnologia cloud registrerà una crescita del 20%. Sul cloud migreranno sempre più attività, tra cui il customer engagement e il marketing.

Intelligenza artificiale: investimenti per flussi di lavoro più smart

La pandemia ha causato l’interruzione di molti flussi di lavoro e di processi critici che erano al centro delle organizzazioni. Tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’automazione e la sicurezza informatica hanno però salvato molte produzioni e possono rendere i flussi di lavoro più intelligenti, reattivi e sicuri, rispetto a cui cresce la consapevolezza dei manager. L’AI avrà infatti un ruolo sempre più prioritario ed è previsto un incremento del 20%; il 60% ha già accelerato l’automazione dei processi e nei prossimi 2 anni riguarderà tutte le funzioni aziendali.

Gli italiani, in linea con lo scenario globale, prevedono di introdurre l’automazione in tutte le aree aziendali, con particolare riferimento agli acquisti, rischi, supply chain e R&S. Il 76% prevede di dare la priorità alla sicurezza informatica, che duplicherà il valore rispetto all’attuale.

Anche la sicurezza sul lavoro, che fino a 2 anni fa rappresentava una priorità solo per il 2% dei top manager italiani, è destinata ad accrescere progressivamente la sua importanza: se oggi è oggetto di particolare attenzione da parte solo del 18% dei dirigenti italiani, si prevede che nel 2022 possa arrivare al 53%.