Oltre due su tre nei servizi (68%) e oltre una su due nell’industria (59%) e nel commercio (57%), le piccole imprese quest’anno hanno investito in strumenti digitali, soprattutto siti Internet, profili social e piattaforme di e-commerce, ma manca ancora una strategia digitale.

L’urgenza di affrontare la digitalizzazione, che ha avuto una impennata di presa di coscienza durante la pandemia, come indicato dall’ultima indagine Assochange, ha raggiunto anche i piccoli imprenditori, che hanno sentito la necessità di comunicare in modo diverso con l’esterno e di trovare nuovi canali di vendita.

La spinta principale viene infatti dalle nuove modalità di consumo dei consumatori finali (il 70% degli italiani ha già cambiato le proprie modalità di acquisto secondo l’indagine “EY Future Consumer Index” e di approvvigionamento dei clienti a fronte del blocco prima e riduzione poi degli spostamenti e sospensione delle fiere). Solo a seguire, la seconda spinta viene dal voler gestire in modo più efficiente i processi di vendita.

Ad ogni modo una buona parte dei piccoli imprenditori inizia a riconoscere che la digitalizzazione è ormai una tappa fondamentale del processo di crescita: 43% delle imprese individuali, 35% delle società di persone e 30% delle società di capitali, fino a 10 milioni di euro di fatturato. In pratica, le società di servizi sono quelle che hanno investito di più nel 2020 (68%), seguite da quelle dell’industria (59%) e del commercio (57%).

Le resistenze più forti vengono dall’edilizia, dove solo il 34% ha investito in digitalizzazione. È quanto emerge dal secondo “Osservatorio Piccole Imprese Italiane” lanciato da Credimi, piattaforma per il finanziamento digitale delle imprese, vigilato dalla Banca d’Italia, e realizzato da Nextplora, agenzia di Insight Management, su un campione di 1.200 piccole imprese, tra industria, commercio, edilizia e servizi, analizzate per forma giuridica (ditte individuali, società di persone, società di capitali).

Quale digitale?

Nel 2020 gli investimenti si sono concentrati sulla creazione del sito Internet e dei profili social, con i servizi in testa (43%), seguiti dall’industria (38%), dal commercio (32%), dall’edilizia (22%). Il commercio guida invece lo sviluppo di piattaforme di e-commerce (24%), seguito dai servizi (17%), dall’industria in una logica b2b (16%) e dall’edilizia (6%). Il commercio guida anche il marketing digitale (19%), seguito dai servizi (18%) e dall’industria (14%), residuale l’edilizia con il 5%.

Sono più ridotti per ora, ma comunque presenti, gli investimenti per ripensare l’organizzazione dei processi aziendali, come il CRM (Customer relationship management) per la gestione e l’assistenza dei clienti, in cui l’industria è al primo posto con i servizi, ma sono solo l’8% del campione, o l’acquisto di software per la progettazione, per la gestione del magazzino e della logistica, delle risorse umane, dei processi interni di organizzazione, ma sono interventi ancora residuali.

Per quali finalità?

C’è ancora poca chiarezza sulle finalità strategiche del digitale. Uno su tre in tutti i settori e dimensioni riconoscono che possa “migliorare i processi di vendita”, ma sono ancora pochissimi quelli che credono che avrà un impatto positivo sul fatturato: solo uno su 10 nell’industria e quasi uno su 5 nel commercio, sempre nelle imprese fino a 10 milioni di fatturato.

C’è ancora disorientamento su come mettere in pratica il cambio di strategia e si tende un po’ al fai da te. Molti decidono ancora da soli o seguendo il consiglio di amici su quali tecnologie investire e la maggior parte ricorre a mezzi propri (il 67% delle società di capitali e il 50% delle ditte individuali) o a risorse di famiglia (il 31% delle ditte individuali) per finanziare le operazioni.

Neanche un terzo dei piccoli imprenditori ricorre al credito bancario e in pochi sono a conoscenza degli incentivi regionali, statali ed europei: il picco più alto di ricorso agli incentivi è dell’8% per le società di persone, mentre le ditte individuali e le società di capitali sono ferme rispettivamente al 3% e all’1%.

«È interessante notare come la spinta al cambiamento sia ostacolata da fattori interni all’organizzazione del nostro tessuto di piccole imprese, ma anche da fattori esogeni collegati in buona parte a un gap d’informazione e consapevolezza», commenta Bruno Lagomarsino di Nextplora.

Tra i fattori interni resta la carenza di competenze adeguate, la difficoltà a reperirle all’esterno e l’incertezza sul ritorno dell’investimento, che frenano gli investimenti in modalità nuove di lavoro grazie al digitale, resistenze che investono non solo le micro-piccole ma anche le medio-grandi, come anche nell’adozione dell’Industria 4.0 nel campo della meccanica, come emerge dall’Osservatorio Bi-Rex.

Chi è corso più ai ripari? Le più piccole e dal Sud

A investire di più nell’ultimo anno sono state le imprese con un fatturato annuo fino a un milione di euro e le ditte individuali, spendendo anche più delle altre: fino a 30mila euro le ditte individuali, impegnate una su due nella creazione di siti Internet e profili social, nel 35% in piattaforme e-commerce, nel 22% in marketing digitale, nel 16% in software per la progettazione e la produzione, nel 15% in software e strumenti per la gestione del magazzino e della logistica, nel 14% per la creazione di CRM.

Dal punto di vista geografico, le Isole e il Sud Italia hanno investito molto di più del Nord e del Centro: il 40% ha investito nel sito web e nei social (contro il 36% del Nord e il 23% del Centro Italia), il 22% in piattaforme e-commerce (contro il 13% di Centro e Nord), il 20% in marketing digitale (16% al Centro e solo 9% al Nord). Di contro, non hanno investito nulla in digitalizzazione il 54% delle imprese del Centro Italia, il 48% del Nord, ma “solo” il 33% delle imprese con sede in Sud Italia e nelle Isole.

Ignazio Rocco

«Lo spaccato che questa ricerca ci ha restituito è quello di un’Italia che pensa di crescere anche grazie agli investimenti in tecnologia, soprattutto quelle imprese che per dimensione o posizione geografica potrebbero avere un maggiore divario digitale da recuperare. Un cambio di passo importante che va sostenuto e promosso perché investire nel digitale significa investire nel futuro del proprio business, avendo il coraggio anche di modificarne il modello, se necessario. Fortunatamente ci sono molte piccole imprese che vedono le opportunità generate dalla crisi, e sono proprio quelle che prendendosi dei rischi calcolati e investendo nella digitalizzazione potranno uscirne più forti di prima. Una strategia lungimirante che potrebbe mettere la nostra piccola impresa al riparo dalla pandemia globale», commenta Ignazio Rocco, founder e Ceo Credimi.