Per il quarto anno di fila crescono gli investimenti in innovazione digitale: le grandi aziende puntano su Big data analytics, Cyber security, sistemi Erp e Crm e le pmi si concentrano proprio su Erp, Crm e Mobile business. Crescerà sempre di più anche il ricorso all’Open Innovation, con collaborazioni con startup innovative che sono più agili e veloci nello sviluppo di prodotti e servizi, in una logica win-win di ampliamento dell’offerta e dei mercati 

Nel 2020 quasi una su due le grandi imprese (45%) investiranno tra il 2,8% e il 2,9% in più rispetto a quest’anno in innovazione digitale, concentrandosi soprattutto su tecnologie come Big data analytics, Cyber security, sistemi Erp e Crm. Seguono Data center, Mobile business, Cloud, eCommerce, Industria 4.0, Intelligenza artificiale e Machine learning, mentre è ancora marginale Blockchain (3%) ed è in calo lo Smart working (10%), ormai diffuso nelle grandi aziende. In particolare, il 27% del campione prevede un aumento del budget superiore al 10%; il 18% fino al 10%; il 47% lo lascerà invariato e soltanto l’8% lo diminuirà.

È quanto emerge dalla ricerca degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con PoliHub, “Innovazione Digitale 2020: imprese e startup verso l’open company”. Attraverso le risposte di oltre 800 Chief Innovation Officer, Chief Information Officer, imprenditori e C-Level, l’indagine ha fotografato l’innovazione digitale nelle imprese italiane in termini di risorse impiegate e modalità di governance.

La ricerca rivela che tra le pmi, invece, neanche una su quattro (23%) destinerà più risorse di quest’anno alla trasformazione digitale, concentrata su sistemi Erp, Crm e Mobile business, mentre AI e Machine learning restano ancora lontani dall’interesse delle pmi.

Il modello win-win con le startup

Per gestire i processi di innovazione le imprese prevedono di aprirsi a nuove idee e a modelli organizzativi collaborativi, in particolare con startup, università-centri di ricerca e aziende non concorrenti.

In particolare, il 73% delle grandi imprese ha già avviato iniziative di Open Innovation, di cui circa i due terzi con startup (35%) o hanno in programma di farlo (27%) e rinforzerà questi canali nel prossimo triennio. Si ridurranno alcune fonti tradizionali di innovazione (top management, società di consulenza e fornitori di soluzioni Ict) e ci si rivolgerà di più ai nuovi interlocutori, come startup (+83%), aziende non concorrenti (+106%), università e centri di ricerca (+32%) e unità ricerca e sviluppo (+15%). Nella maggior parte dei casi le startup come fornitori spot (51%), ma una buona parte le usa come unità di ricerca e sviluppo (37%) e come fornitore di lungo periodo (30%).

La startup può essere anche un partner commerciale, parte di un programma di incubazione, partner per la co-creazione di modelli di business, acquisita o partecipata in Equity. I principali benefici sono la possibilità di accedere a nuove tecnologie e conoscenze di frontiera, la possibilità di testare l’innovazione con un iniziale progetto pilota, con tempi e budget definiti e quindi rischi ridotti e l’opportunità di arricchire il proprio sistema di offerta e aprirsi a nuovi mercati.

Una grande impresa su tre organizza Call4Ideas, Call4Startup e contest (32%) per intercettare nuovi partner; il 27% promuove Hackathon, Datathon, Appathon; il 25% si concentra su fusioni e acquisizioni, mentre sono meno diffusi i Corporate Incubator e Accelerator (18%), i Corporate Venture Capital (11%) e il Crowdsourcing (9%). Meno diffuse, ma in crescita rispetto allo scorso anno le iniziative per esportare stimoli di innovazione interna (Outbound Open Innovation), adottate dal 25% del campione, soprattutto sviluppo di modelli di business a piattaforma, joint venture con altre realtà, licensing di prodotti.

Stefano Mainetti

«Aumenta anche quest’anno il ricorso all’Open Innovation da parte delle aziende italiane», commenta Stefano Mainetti, responsabile scientifico dell’Osservatorio Startup Intelligence e Ceo di PoliHub. «Le imprese vogliono avviare formule nuove di collaborazione per essere più veloci, aumentare le opportunità di innovazione, accrescere le proprie competenze, sperimentare, correndo dei rischi, e verificare nuovi modelli di business. In questo scenario assumono un ruolo sempre più significativo attori quali le università, i centri di ricerca e le startup. Nonostante la distanza che ancora separa l’ecosistema italiano da quelli esteri più evoluti, ad esempio in termini di fondi di Corporate Venture e acquisizioni di startup, possiamo affermare senza dubbio che esso si è oggi attivato e non possono essere assolutamente vanificate le nuove opportunità offerte da azioni quali il voucher per gli Innovation Manager e la nuova disponibilità di fondi determinata dalla effettiva attivazione del Fondo Nazionale Innovazione».

In generale, invece, le pmi sembrano meno pronte a collaborare con le nuove imprese innovative: l’85% non è interessato, l’11% sta programmando di farlo in futuro, solo il 4% ha già avviato collaborazioni. Per le pmi la startup è soprattutto un partner commerciale (20%) e un fornitore spot (14%) o di lungo periodo (12%).

Come gestire l’innovazione

Per la gestione dell’innovazione, nel 61% delle grandi imprese esiste un budget per l’innovazione digitale anche fuori dalla Direzione Ict, in genere inferiore a quello Ict, allocato soprattutto nel Marketing (71%), nella Ricerca e Sviluppo e Direzione tecnica (48%) e nella Direzione innovazione dove c’è (40%). Fra le pmi, invece, soltanto il 19% investe in innovazione fuori dalla funzione Ict.

Per le aziende le principali sfide organizzative sono quelle di dotarsi e/o sviluppare all’interno competenze digitali, insieme all’introduzione di nuove metodologie di lavoro. Più di un’impresa su tre prevede team dedicati a ogni specifico progetto di innovazione digitale (36%); nel 9% dei casi ci sono “comitati interfunzionali” e un terzo delle imprese (33%) ha inserito un singolo ruolo dedicato o una Direzione innovazione, con l’Innovation manager che sta iniziando a entrare nelle aziende.

Tra l’altro, è in corso la costruzione di un albo dedicato a questa figura professionale da parte del Mise, con un voucher a fondo perduto per le pmi che si candideranno con progetti di trasformazione digitale per cui servirebbe l’Innovation manager, anche se i 75 milioni di euro stanziati per il triennio 2019-2021 raggiungeranno non più di 2.000 imprese. Tuttavia, al momento è a conoscenza di questa opportunità, e dei contenuti del bando, solo il 32% delle pmi (che arriva al 37% nelle grandi aziende) e, fra queste, solo l’11% ha intenzione di usufruirne.

Crescono gli investimenti in startup hi-tech da fonti informali

Nel 2019 gli investimenti totali in Equity di startup hi-tech in Italia ammontano a 694 milioni di euro, in crescita del 17% rispetto al valore totale consuntivo del 2018, che era di 593 milioni di euro, ma con un rallentamento rispetto all’anno prima. Gli investimenti degli attori formali, ossia istituzionali, storico motore dell’ecosistema italiano, registrano una crescita solo del 12%, raggiungendo i 215 milioni di euro.

La prima fonte di capitale diventano invece gli investitori informali, con un +32%, raggiungendo quota 248 milioni di euro. Sono Venture Incubator, Family Office, Club Deal, Angel Network, Independent Business Angel, piattaforme di Equity Crowdfunding e aziende non dotate di un fondo strutturato di Corporate Venture Capital.

Il comparto Corporate ha investito in startup 60 milioni di euro nei primi tre trimestri del 2019, dato stabile rispetto al 2018 e ancora guidato da poche grandi operazioni. Per stimolare la strutturazione e continuità degli investimenti Corporate sarà importante, da un lato, il recupero da parte del management delle imprese di una cultura imprenditoriale che veda la collaborazione con startup in chiave strategica; dall’altro, l’introduzione di incentivi ad hoc che estendano anche alle imprese, con le opportune modifiche del caso, i benefici fiscali oggi appannaggio delle persone fisiche, come suggeriscono dall’Osservatorio Startup Hi-tech del Politecnico di Milano.

Ammonta infine a 154 milioni di euro (+58%) la quota di capitale derivante dagli attori internazionali, con una crescita importante dei fondi provenienti da Europa e Cina, rispetto a quelli americani in calo.